L’Assemblea nazionale costituente (Anc) del Venezuela, controllata da Nicolás Maduro, ha reso effettiva ieri, 2 aprile, in tarda serata la decisione di togliere l’immunità parlamentare al presidente autoproclamato Juan Guaidó, rispondendo così in poco più di ventiquattr’ore alla richiesta del Tribunale speciale di giustizia (Tsj). Lo stesso Tribunale è stato, di conseguenza, autorizzato a denunciare penalmente Guaidó per usurpazione delle proprie funzioni. L’arresto del presidente riconosciuto da oltre 50 Paesi diventa, così, più di un’ipotesi, mentre il Paese vive giorni sempre più drammatici. Basti pensare che ieri, 2 aprile, centinaia di cittadini hanno rotto le barriere con le quali era stata chiusa la frontiera con la Colombia, a San Antonio del Táchira, e sono entrati in Colombia per procurarsi cibo e generi di prima necessità, attraversando il ponte internazionale Simón Bolívar.

Fonti locali riferiscono di una situazione sempre più ingestibile a Maracaibo, dove la corrente è tornata solo in alcune zone delle città. Si registrano lunghissime code, saccheggi e proteste, sia in centro che a Cabimas, sull’altro lato del lago di Maracaibo, dove sono stati presi d’assalto gli stabilimenti della Pepsi. Chi ha la possibilità arriva a pagare 5 dollari (anche di più in bolivares) una borsa di ghiaccio per raffreddare acqua e alimenti, una cifra che corrisponde per alcuni alla paga minima. Si segnalano repressioni mentre le autorità hanno annunciato per oggi, 3 aprile, la riapertura delle scuole. Guaidó ha intanto convocato per sabato prossimo un’altra giornata nazionale di mobilitazione.

Dai vescovi del Venezuela arriva nel frattempo un messaggio «al popolo di Dio e alle persone di buona volontà in Venezuela», nel quale si esprime una ferma condanna di tutti «i crimini contro l’umanità» e del mancato rispetto dei diritti umani «commessi nella nostra patria sotto l’occhio compiacente delle autorità». Tra questi, «l’assassinio e la repressione degli indigeni pemones e delle altre etnie nel sud del Paese; la deportazione forzata di colombiani e venezuelani» quando «nel 2016 venne chiuse la frontiera con argomenti poco credibili; l’incarcerazione o altre gravi privazioni della libertà fisica in violazione delle norme fondamentali; la tortura contro i detenuti per motivi politici; l’imposizione intenzionale di condizioni di vita come la privazione dell’accesso ad alimenti e medicine; la sparizione forzata di persone tramite detenzione e sequestro da parte dello Stato, con la sua autorizzazione, appoggio o acquiescenza, negando poi informazioni sulla situazione e il luogo di reclusione».

Nel messaggio, firmato dall’arcivescovo di Maracaibo e presidente della Conferenza episcopale José Luis Azuaje Ayala insieme ai due vicepresidenti e al segretario generale, vengono riaffermati «la dignità della persona umana e i suoi diritti inalienabili». I firmatari richiamano quindi le forze armate nazionali a svolgere «il loro compito a favore del popolo» e «al servizio esclusivo della nazione e non di una persona o di una parzialità politica», come previsto dalla Costituzione. «Non farlo – sottolineano – è un peccato gravissimo e una mancanza contro la legge».  I vescovi si dicono anche «profondamente preoccupati» per i «frequenti black out di energia elettrica a livello nazionale» che hanno inasprito la crisi alimentare e sanitaria e «la mancanza di acqua potabile» in diverse zone del Paese, che rischia di degenerare «in una situazione sanitaria catastrofica».

I presuli venezuelani parlano di uno «scontento generalizzato per la mancanza di risposte da parte degli organismi dello Stato», che si manifesta nelle proteste dei cittadini. «Noi ci facciamo eco del grido del popolo che chiede un cambiamento politico di fronte al peggioramento della situazione – scrivono -. L’ingovernabilità attuale affonda le sue radici nell’illegittimità del regime. È necessario riconoscere la legittimità giuridica e morale dell’Assemblea nazionale per intraprendere cammini di comprensione e soluzione. È grave, illegale e irresponsabile l’appello ai “collettivi” a reprimere la popolazione quando reclama legittimamente i propri diritti fondamentali».

3 aprile 2019