«Vogliamo come vescovi ripetere quanto già abbiamo detto a proposito dell’eutanasia. Non possiamo essere d’accordo sul fatto che essa sia praticata nei pazienti psichiatrici che non sono in fase terminale. C’è un limite e un divieto che sono applicati da molto tempo, sin dalle origini del vivere insieme degli uomini. Se noi tocchiamo questo limite, miniamo le basi stesse della nostra civiltà. Questo è il motivo per cui chiediamo la massima moderazione e un dialogo costante su questi temi». I vescovi del Belgio intervengono dopo la bufera innescata dalla dichiarazione pubblicata il 25 aprile scorso dalla branca fiamminga della congregazione religiosa dei Fratelli della carità, nella quale si annunciava di prendere «seriamente in considerazione la sofferenza insopportabile e disperata dei nostri pazienti, così come le loro richieste di eutanasia».

Parole, quelle della congregazione, lette da più parti come un’apertura della Chiesa cattolica all’eutanasia. In realtà, scrivono i vescovi in una nota pubblicata ieri sera, 22 maggio, «il dibattito sociale sul tema dell’eutanasia per i pazienti psichiatrici che non sono in fase terminali è aperto da molto tempo e i fratelli della Carità del Belgio hanno recentemente pubblicato un testo di orientamento che che ha suscitato reazioni in direzioni diverse». Ancora, i presuli del Belgio esprimono «profondo apprezzamento per la competenza e la cura attenta che tante persone prestano nell’assistere pazienti con gravi disturbi psichiatrici e lungo termine»: la congregazione infatti gestisce nel Paese 15 ospedali, per un totale di 5mila posti letto. «Ci rendiamo conto di quanto questo accompagnamento di persone che si trovano in tali situazioni disperate può essere difficile e delicato», affermano i vescovi, ma questo non vuol dire che la Chiesa cattolica giustifica il ricorso all’eutanasia.

Nella nota diffusa dai presuli c’è la consapevolezza che «la sofferenza psichica può essere immensa» e che «una persona può trovarsi totalmente disperata e senza prospettive». In questa situazione la scelta è di non abbandonare la persona nella sofferenza ma di «rimanerle vicino». Anche con un più accurato ricorso alle cure palliative. I vescovi si fanno infine portavoce di una serie di «domande fondamentali» sull’eutanasia che non attraversano solo le Chiese cristiane ma «sono oggetto di un dibattito pubblico». Su tutte: «Che cosa ci rende umani? Che cosa costituisce una società umana?». La conclusione è un invito alla moderazione e al dialogo serio, specie su temi così delicati.

23 maggio 2017