Via Tasso, da luogo di orrori a patrimonio di memorie

Alla vigilia della festa del 25 aprile, viaggio nel Museo della Liberazione, nato dalle “ceneri” della prigione nazista in cui furono reclusi, tra gli altri, Bruno Buozzi, Giuliano Vassalli e don Pietro Pappagallo

Gioacchino Gesmundo insegnava storia e filosofia al liceo Cavour di Roma. Era pugliese, di Terlizzi. Nella Capitale si trasferì nel 1928. Durante l’occupazione nazista, fece della sua casa in via Licia un centro nevralgico per il Comitato di Liberazione Nazionale fino al suo arresto, nel gennaio del ‘44. Finito nelle mani dei tedeschi, fu subito portato «a via Tasso». I romani si limitavano a una fredda indicazione di toponomastica stradale per riferirsi alla prigione oggi diventata sede del Museo della Liberazione. «Le cose brutte non si vogliono nominare – riflette il presidente del “memoriale”, Antonio Parisella -. Basti pensare che il carcere di Regina Coeli, in confronto, veniva definito “Grand Hotel”». Nella motivazione della medaglia d’oro si ricorda che Gesmundo «venne sottoposto per un mese intero a inenarrabili torture, stoicamente sopportate a tutela del segreto militare e politico che custodiva». Condannato dal Tribunale di guerra tedesco alla pena capitale, «affrontò la morte alle Fosse Ardeatine». Nella cella 13 di «via Tasso» si conserva ancora la sua camicia sporca di sangue.

Lo stesso 24 marzo 1944, alle Ardeatine, la Storia incrociò tragicamente al destino di Gesmundo quello di don Pietro Pappagallo. Anche lui terlizzese, anche lui detenuto a «via Tasso». I pavimenti in graniglia, la carta da parati rosa, comunissime porte e maniglie – facilmente rintracciabili in un qualsiasi mercatino di modernariato – stridono con le grate e le finestre murate che coprivano la visuale ai detenuti di «via Tasso». Per queste stanze passarono circa duemila persone, uomini e donne (circa 300), partigiani, soldati e civili. «Da qui si usciva solo per essere imprigionati a Regina Coeli – sottolinea Parisella -, inviati al Tribunale di guerra (per essere condannati alla fucilazione a Forte Bravetta), per essere deportati nei lager o uccisi alle Fosse Ardeatine».

I due sgabuzzini senza finestre e senza luce elettrica poco più grandi di un metro per 2,5 che erano adibiti a celle di isolamento costituiscono oggi il cuore del Museo «perché conservano un patrimonio di memorie di valore inestimabile». I reclusi «lasciarono la traccia della loro presenza graffita sul muro con un chiodo estratto da una scarpa, un mozzicone di matita, un frammento di legno». Arrigo Paladini – che al liceo Umberto I fu allievo del professore antifascista Pilo Albertelli – docente di storia e filosofia, partigiano, scrisse sull’intonaco per chiedere perdono alla madre: «Lasciandole la suprema fierezza di aver dato alla Patria il dono più grande». Il generale dell’areonautica Sabato Martelli Castaldi, nome di battaglia “Tevere”, prima di essere ucciso anche lui alle Fosse Ardeatine, riuscì a scrivere sul muro della cella il proprio testamento spirituale: «Quando il tuo corpo non sarà più, il tuo spirito sarà ancora più vivo nel ricordo di chi resta. Fa’ che possa essere sempre di esempio».

A «via Tasso» furono rinchiusi anche il sindacalista Bruno Buozzi, poi fucilato alla Giustiniana insieme con altri 13 ostaggi dei nazisti, l’atleta centometrista e medico chirurgo Manlio Gelsomini, il presidente della Corte Costituzionale e più volte ministro della Giustizia Giuliano Vassalli, il generale Giuseppe Cordero Lanza di Montezemolo che fu interprete dei colloqui tra Mussolini e Hitler a Feltre, ufficiale dello Stato Maggiore, per poi passare in clandestinità promuovendo il Fronte militare clandestino. A «via Tasso» fu sottoposto a torture per circa due mesi (gli furono strappati i denti e le unghie dei piedi) ma non cedette. Alle Ardeatine, come per Pappagallo, Gesmundo e altri 332 uomini, una pallottola nazista gli trapassò la nuca il 24 marzo 1944.

24 aprile 2018