“Vocazioni felici”, tra psicologia e affettività
Presentato nel Palazzo Lateranense il libro della psicoterapeuta D’Urbano. Reina: «Le scienze umane hanno molto da dire sull’integrazione dell’affettività nella vocazione sacerdotale»
Rispondere alla propria vocazione è far fiorire quel «seme che il Signore ha messo in ciascuno perché la vita, ogni vita, sia piena», considerando tuttavia che su quello che è «un cammino continuo» incidono «gli incontri, l’imponderabile e quegli eventi, non sempre facili, che possono anche stravolgere quegli ideali di felicità che tu avevi all’inizio». Così il cardinale vicario Baldo Reina ha introdotto ieri, 9 aprile, l’incontro organizzato nella Sala della Conciliazione del Palazzo Lateranense per la presentazione del libro “Vocazioni felici” della psicoterapeuta Chiara D’Urbano, consultrice per il dicastero per il Clero.
Guardando alle parole di Papa Francesco, autore della prefazione del volume edito dalla San Paolo, Reina ha sostenuto che «le scienze umane hanno molto da dire sull’integrazione dell’affettività nella vocazione sacerdotale», laddove «bisogna guardare con molta sincerità, con una visione serena, all’umano, che è quanto di più bello potesse darci Dio, ma anche quanto di più fragile, come il vaso di creta di cui parla san Paolo». Da qui la necessità di «un atteggiamento di delicatezza del formatore perché ha tra le mani una fragilità che presenta anche una spinta sessuale e relazionale» e dunque «la vera sfida è sapere integrare» tutte le dimensioni poiché «non solo abbiamo un corpo ma siamo un corpo, non solo abbiamo dei sentimenti ma siamo dei sentimenti». Il vicario di Roma ha indicato infine nella «mitezza e delicatezza di Gesù» la strada da seguire per questo «cammino di integrazione», riconoscendo poi nel libro di D’Urbano «un messaggio di responsabilità per la persona consacrata e per chi guarda alla persona consacrata con aspettativa, che ha il dovere di accompagnare e non di giudicare».
Anche il cardinale Lazzaro You Heung-sik, prefetto del dicastero per il Clero, nel suo intervento ha posto l’accento sull’importanza di accompagnare «il percorso vocazionale con delicatezza e profondo discernimento», nella «piena integrazione della dimensione psico-affettiva per la realizzazione della felicità». Il porporato ha sostenuto anche che «come Chiesa siamo chiamati a creare un ambiente vocazionale dove i giovani possano fare esperienza di una vita donata e realizzata, non staccata dalla vita concreta» e dunque mantenendo «uno sguardo realistico ma pieno al contempo di speranza: uno sguardo evangelico», laddove rispondere alla propria vocazione «è agire per la gloria di Dio, tirando fuori il meglio di sé nell’amore di Dio e nel servizio al prossimo», ha concluso.
Per il vescovo ausiliare Michele Di Tolve, rettore del Seminario Romano, «nella vocazione non si può e non si deve trascurare la biografia della persona» e per questo del testo di D’Urbano apprezza il «chiaro riferimento all’antropologia cristiana e allo sguardo generativo della Chiesa», che non chiedono «ai giovani e alle giovani di oggi di essere dei superuomini o delle superdonne» ma persone «che riconoscono e valorizzano la propria dignità». Per il presule, ancora, «il punto di partenza deve essere la persona umana con tutta la sua storia» perché è appunto «dentro alla sua biografia che c’è quella domanda suscitata da Dio a vivere la pienezza della vita dentro la Chiesa». Una domanda che va accompagnata con «una formazione integrale e integrata» laddove «i contenuti della fede e l’aspetto accademico teologico, pur fondamentali, da soli non bastano» e devono «dialogare con tutte le dimensioni della persona, guardando al Maestro che ha saputo fare della sua vita, totalmente divina e totalmente umana, un dono per gli altri».
Ha portato da ultima la sua testimonianza suor Alice Callegari, della Figlie dalla Chiesa, raccontando anche di «quasi un anno di accompagnamento» con la dottoressa D’Urbano, che l’ha aiutata a «capire che essere una vocazione felice è più facile quando si vive in un ambiente sereno pur nella normalità e quotidianità, con tutte le difficoltà» perché «siamo donne e uomini non perfetti e imbattibili ma con il desiderio di essere davvero vocazioni felici», cercando di «amare come ama Colui» che è «l’amato, l’amante e l’Amore».
A chiudere l’evento, moderato dal giornalista vaticanista Alessandro De Carolis, le riflessioni della stessa autrice, che in primo luogo ha spiegato come il titolo “Vocazioni felici” non abbia «alcuna valenza banalmente ottimistica o romantica» ma indichi la volontà di far comprendere che «non è un paradosso associare vocazione, felicità e affettività», laddove «l’integrazione delle dimensioni è una pista possibile». Integrare, ha poi spiegato, va fatto «su due livelli: personale e ambientale, cioè nel contesto di vita», ed equivale a «dare valore a tutto quello che c’è di meravigliosamente umano e dunque anche a ciò che attiene al cuore, alle relazioni, all’orientamento sessuale», perché non va guardato come «qualcosa di spaventoso». Integrare, ha messo in luce ancora l’autrice, «è anche non fissarci su un unico aspetto della persona, guardando invece al suo funzionamento generale». Infine, D’Urbano ha riferito che nel testo sono presenti anche le testimonianze anonime di 3 sacerdoti e di 2 religiose con anche «le storie di chi sceglie di cambiare strada perché capisce che l’affettività sarebbe meglio integrata in un altro contesto di vita». Da ultimo, la sottolineatura sulla «lettera contenuta nel libro e scritta da 50 sacerdoti omoaffettivi»: nelle parole dell’autrice, «non è un manifesto né ha funzione propagandistica» bensì si tratta di «una poetica e insieme sofferta testimonianza, senza alcuna forma di rivendicazione».
10 aprile 2025

