Zhanna, dall’Ucraina al Centro Santa Bakhita di Acilia

La donna fuggita da Kiev, accolta nel Centro gestito da Caritas Roma: «Il mio Paese è in guerra, il cuore è pieno di lacrime. Ma bisogna reagire»

«Oggi tutti dicono che non pensavano potesse scoppiare un’altra guerra nel XXI secolo. Io dico che non credevo potesse accadere ma lo temevo. Già da novembre, leggendo le cronache delle trattative internazionali, manifestavo la mia preoccupazione a colleghi e amici. Sentivo che c’era qualcosa nell’aria ma speravo non si sarebbe arrivati a tanto». Voce ferma, pacata, cordiale, Zhanna Valevska, ospite del Centro di accoglienza femminile “Santa Bakhita”, gestito dalla Caritas di Roma nella zona nord di Acilia, ricorda le lunghe settimane di apprensione vissute a Kiev, dove è nata e cresciuta e dove si occupava dell’allestimento degli spazi fieristici per un’azienda internazionale di design. Il suo lavoro l’ha portata spesso in Europa, soprattutto in Italia, dove ha anche trascorso lunghi periodi di vacanza imparando così la nostra lingua. Infatti, in perfetto italiano spiega che per comprendere quanto sta accadendo basta «rileggere la storia dei rapporti tra la Russia e i paesi dell’ex Repubblica sovietica. «La Russia di Putin – dice – vuole essere un impero, pretende di comandare. I Paesi vicini lo sanno bene ma non credevano che avrebbe davvero dato seguito ai suoi piani espansionistici».

Zhanna è arrivata in Italia il 6 marzo dopo un «massacrante» viaggio di tre giorni. Non voleva lasciare la Capitale ucraina, la sua casa, gli amici, i fratelli di 42 e 46 anni, «volontari per organizzare i servizi di difesa della città e pronti ad affiancare le truppe ucraine». Fino all’ultimo ha sperato che «dopo i primi attacchi i capi di Stato si sarebbero accordati, avrebbero cercato vie diplomatiche per porre fine al conflitto». Si è dovuta arrendere alla realtà davanti «ai bombardamenti sempre più vicini» e ha ancora nelle orecchie «gli incessanti suoni delle sirene, i boati dei missili, il rombo degli aerei. In pochissimi giorni – racconta – le vie tranquille di Kiev sono state invase da posti di blocco e da militari armati che controllavano i documenti». Alla stazione di Kiev, dove ha conosciuto altre donne – alcune delle quali con lei nel Centro “Santa Bakhita” -, ha visto partire 4 treni stracolmi. «Eravamo disperate – dice ripercorrendo quei momenti -, pensavamo di non riuscire a prendere un treno ma poi ne è arrivato uno supplementare. Abbiamo fatto dieci ore di viaggio, molti sono rimasti tutto il tempo in piedi, i bambini hanno dormito rannicchiati in un angolo per terra. Durante il viaggio abbiamo visto il lancio di missili, il treno ha rallentato e temevamo di dover fuggire tra le campagne ma il convoglio è riuscito a proseguire il suo viaggio fino a Leopoli, a 100 chilometri dal confine con la Polonia, che abbiamo poi raggiunto con un pullman e da qui grazie ad alcuni volontari italiani sono arrivata a Roma».

Nel centro di accoglienza della Caritas dà forza e coraggio alle altre donne, aiuta particolarmente le mamme e cerca di agire «in modo razionale. La realtà dei fatti è questa – prosegue -. Il mio Paese è in guerra, il cuore è pieno di lacrime e di apprensione per i miei fratelli, per tutti gli uomini, soprattutto giovani, rimasti in Ucraina, ma bisogna reagire. È inutile disperarsi soltanto, rifiutando la realtà. Ognuno di noi, in questo momento, ha il dovere di fare del proprio meglio». Sfruttando la conoscenza delle lingue, Zhanna si è messa a disposizione per fare da interprete e mediatrice culturale, accompagna le sue connazionali alle visite mediche e all’espletamento di pratiche burocratiche. A causa della guerra si è dovuta separare dalle sue quattro amiche «storiche, più che “sorelle”», fuggite dall’Ucraina e rifugiatesi chi in Spagna, chi in Germania, chi in Francia. «Mi mancano molto – conclude – ma al tempo stesso ho trovato tanta bontà, umanità e gentilezza in perfetti sconosciuti che si sono messi a nostra disposizione. La macchina della solidarietà attivata in queste settimane in tutta Europa lascerà il segno nella storia, così come si scriverà anche della fragilità del mondo, il cui aspetto può cambiare in un istante».

14 marzo 2022