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Biotestamento, l’appello dei medici: «Rischieremmo grossi sbagli»

Il 14 dicembre il voto definitivo. Rodolfo Proietti (Gemelli): «Le decisioni terapeutiche dovrebbero essere regolamentate da codici, protocolli e percorsi assistenziali e non da leggi»

Giovedì prossimo, 14 dicembre, si vota in forma definitiva il disegno di legge sul biotestamento. Lo ha deciso ieri sera, mercoledì 6 dicembre, la Conferenza dei capigruppo di Palazzo Madama. I lavori in aula riprenderanno però alle ore 11 di martedì 12 dicembre con l’esame sul ddl e le votazioni sugli oltre tremila emendamenti presentati al provvedimento. Contro il disegno di legge sulle Dat, le disposizioni anticipate di trattamento, si è levata la voce di trenta medici specialisti che hanno firmato un appello. Tra questi Rodolfo Proietti, già primario e direttore dell’Istituto di anestesia e rianimazione e del Dipartimento emergenza e accettazione del Policlinico Gemelli di Roma, il quale ha spiegato che «la perplessità fondamentale è legata al fatto che queste direttive costituiscono dei vincoli per il medico».

Il professore sottolinea che non bisogna confondere il biotestamento con l’accanimento terapeutico: il Codice di deontologia medica già impedisce quest’ultimo e nessun dottore può praticare terapie «sproporzionate per eccesso». A preoccupare i medici, spiega Proietti, è il divieto imposto dalle Dat di praticare una terapia anche quando questa non costituisce un accanimento ma può essere utile, efficace e non sproporzionata. Tra l’altro gli specialisti si dicono contrari sul fatto che il consenso o dissenso alla cura venga espresso dal paziente molto tempo prima ma soprattutto in assenza di una vera e propria patologia. «È fin troppo facile parlare a freddo – afferma Proietti -. Nessuno può sapere come potrebbe reagire quando si troverà coinvolto in una situazione e nel caso specifico bisogna tenere ben presente che la malattia modifica enormemente l’atteggiamento delle persone. Delegare altri, che per altro non sono medici, a prendere la decisione finale in una situazione estremamente complessa come è quella delle patologie più importanti è una cosa che ci preoccupa enormemente».

Chi ha dedicato la propria vita agli altri, chi ha deciso di prendersi cura dei pazienti e di stabilire con essi un rapporto di fiducia, insomma, oggi si vede messo da parte. «Siamo allarmati perché non potremo esercitare nessun tipo di aiuto nei confronti dei malati neanche quando questo significherebbe salvare una vita» aggiunge Proietti. Con le Dat il medico viene di fatto limitato nelle sue decisioni terapeutiche: non è più lui che analizza e studia il problema, ne discute con il paziente e con lui ne condivide il consenso o il dissenso ad una terapia. «Ci ritroveremo a leggere una direttiva anticipata di trattamento firmata anni prima e che non scaturisce più da un colloquio diretto tra medico e paziente».

Per il professor Proietti non bisogna poi dimenticare che la scienza medica ha una rapida evoluzione e che fare una prognosi sulle malattie «è qualcosa di estremamente difficile: non è un fatto matematico ma probabilistico. Io personalmente – ha concluso – sono contrario a qualsiasi legge che entri all’interno di un protocollo terapeutico perché la prudenza vorrebbe che le decisioni terapeutiche venissero regolamentate da codici, protocolli e percorsi assistenziali e non da leggi. Rischieremmo di commettere grossi sbagli».

7 dicembre 2017