9 novembre: uno tra la folla

Ricordi, realtà e verità al Laterano durante il Giubileo diocesano del 1975. L’abbraccio di Paolo VI al suo vicario, ai parroci e ai fedeli

di Federico Mandillo

9 novembre. Piove a dirotto mentre parcheggio dopo lunga ricerca d’un posto in una via umbertina nei dintorni di Porta San Giovanni. Si sentono canti in lontananza, mentre fedeli sgocciolanti s’incamminano accelerando il passo e vedendo di lontano crescere la gente. è presto e qualche chierico di poca fiducia aveva temuto che la piazza fosse sguarnita, debole: calcolando forse l’assemblea eucaristica – come accade a me, del resto – sul metro di altre assemblee, in piazza.

Del resto, questa piazza di Porta San Giovanni è un paragone. Ricordo le cronache delle sofferte lotte operaie dei primi del secolo in questa incerta periferia romana. Ricordo di aver letto di cariche armate, spari e sangue su operai poveri e inermi, riunitisi da queste parti stesse per dire il loro diritto alla vita, e ad una vita da uomini. Perché piazza Porta San Giovanni ha una storia, anche recente e contemporanea. E ricordo, nella mia gioventù cattolica degli anni cinquanta, la mia scoperta di liceale, assetato di classicità, del monumentino a un Papa, Leone XIII, anche da queste parti: con un lavoratore che oggi parrebbe antiquato (un falegname o un fabbro, figuratevi, scolpito come Geppetto) con le catene ai polsi ma spezzate, a ringraziare questo vecchio canuto che lo benedice. Era la «bomba» della Rerum novarum, come leggevo in quei giorni da Bernanos in un diario d’un curato francese di campagna.

Altre assemblee, altre folle, altri canti e colori, con sacrificio in piedi sotto la pioggia, avevo visto e vissuto, più di recente, in questa piazza di Porta San Giovanni, porta di una periferia che è andata molto di là dell’Alberone coi suoi palazzoni di dormitori tanto spesso sofferenti. Ricordo il giovanissimo amico prete che, a Ognissanti, sull’Appia nuova, mi rievoca le speranze e il sorriso di don Orione, in quella stessa periferia di guai e di problemi, ma anche di speranza forte. Il Papa entrava in piazza dal portone spalancato della basilica, assorto nella sua preghiera. In capo la mitra semplice di vescovo della sua città. Un applauso lungo della gente non lo ha distratto. Preceduto dalla croce astile, dal Cardinal Vicario e dall’Arcivescovo Vicegerente con dieci preti romani, si è accostato all’altare, ha ascoltato il saluto del pastore che lo coadiuvava nella guida pastorale di questa città difficile (a volte terribile) di tre milioni di anime e con tre millenni di storia. Era attento e pensieroso.

Una risposta voleva essere questo incontro sul sagrato di san Giovanni, diceva il Cardinale Vicario: «il Papa è con voi». L’orazione dei fedeli è, tra l’altro, per «la dignità della vita, l’esemplarità dei costumi» (ed è dolore, se si pensa che era di fatto romano lo scrittore miseramente ucciso di cui rimbombano fogli e altoparlante). Un giovane legge questa preghiera: «perché giustizia e amore guidino le autorità, le istituzioni e i singoli in un comune sforzo contro ogni forma di divisione e di violenza». è vero, medito, la divisione degli animi è in me, in noi, la causa degli omicidi e delle tante violenze.

Concludo, e mi è naturale, con la comunione eucaristica: vedo cinquanta parroci bianchi scendere tra il grigio e lo scuro della gente con i calci pieni di ostie. «Esultate e gioite tutti, assetati di pace». è una musica moderna, sono voci di giovani. è il cantico delle beatitudini che è un ringraziamento: «Esultate e gioite se cercate l’amore».

16 novembre 1975