Prestito della speranza, crescono le richieste: oltre 3.400 in dieci mesi

La Cei rilancia lo strumento di sostegno per famiglie in difficoltà e microimprese: cambiano criteri e somme erogabili. A singoli e famiglie già 9,8 milioni

La Cei rilancia lo strumento di sostegno per famiglie in difficoltà e microimprese: cambiano criteri di accesso e somme erogabili. A singoli e famiglie già 9,8 milioni

Oltre 3.400 richieste di microcredito raccolte in soli dieci mesi nel 2015. Sono questi i numeri del rilancio della versione 3.0 del Prestito della speranza, lo strumento voluto dalla Conferenza episcopale italiana quasi quattro anni fa e ripresentato quest’anno insieme a Caritas Italiana, il gruppo Intesa San Paolo e con il supporto operativo di Banca Prossima. Dopo un avvio non senza difficoltà ed un primo rilancio senza risultati eclatanti, il prestito dei vescovi italiani alle famiglie in difficoltà e alle microimprese inizia ad avere numeri importanti. A fare un primo bilancio a fine anno è Livio Gualerzi, dirigente per la Gestione delle Risorse finanziarie e Progetti speciali della Cei.

Le 3.407 domande presentate nelle varie Caritas italiane sono il dato cardine della nuova stagione del prestito, che non a caso in Cei chiamano “3.0”. Di queste sono quasi 3mila (2.994) le domande di prestito sociale a singoli e famiglie per un valore di quasi 23 milioni di euro, di cui il 58,5 per cento sono quelle accolte per 9,8 milioni circa. Sono 413, invece, le domande presentate dalle piccole imprese per un valore di 8,4 milioni. Di queste sono state accolte 131, il 45 per cento, per un valore di 2,5 milioni. Numeri assoluti che se confrontati con le due edizioni passate del Prestito della Speranza mostrano un netto aumento delle domande e un miglioramento tangibile di tutto l’iter. «I dati sono ancora sottostimati rispetto agli obiettivi del progetto – spiega Gualerzi -, però se si fa un confronto con i dati delle prime due versioni del prestito della Speranza siamo praticamente a tre volte i ritmi con cui lavoravamo prima». Il confronto è presto fatto: nei tre anni e mezzo del Prestito della speranza 1.0 e 2.0 sono state processate circa 8.500 domande, spiega Gualerzi. «In dieci mesi abbiamo fatto quasi il 40 per cento di ciò che è stato fatto il 3 anni e mezzo – aggiunge -. Il progetto sta pian pianino alzando l’asticella».

Anche il dato sulle imprese fa ben sperare, sebbene abbia numeri più contenuti rispetto al prestito ai singoli e alle famiglie. Basti pensare che nelle precedenti versioni del prestito e in tre anni e mezzo sono state raccolte 658 domande da piccole imprese, mentre negli ultimi dieci mesi ne sono arrivate più di 400. «Qui scontiamo un gap esperienziale di cui dobbiamo tener conto – spiega Gualerzi -. Per le Caritas, giudicare un business plan non è semplice, anzi. È più difficile. Da qui il tasso di respingimento che vorremmo ridurre e insieme con la banca e i volontari di Vobis mettere a punto un modello di screening e selezione che faciliti la Caritas nella prima fase e che poi entri più nello specifico del finanziamento con l’obiettivo di sostenere l’impresa».

Sono le regioni del Sud Italia a spiccare per numero di domande. La regione che ne ha viste presentare di più è la Puglia: 538 su 3mila domande, altre 382 arrivano dalla Sardegna, 370 dalla Campania. Tuttavia, occorre ricordare che la diffusione delle domande non deriva unicamente da una presenza del bisogno, ma anche da una maggiore attività sul territorio delle Caritas. Per conoscere maggiori aspetti sulle domande, però, occorrerà attendere il 2016 e il bilancio ufficiale dello strumento, mentre qualche dettaglio emerge già. Le motivazioni che hanno spinto maggiormente singoli e famiglie a chiedere un prestito sociale sono legate soprattutto a difficoltà di lavoro (circa il 75 per cento). C’è poi un 18 per cento dovuto a spese straordinarie come cure mediche improvvise, la necessità di sostenere economicamente gli studi o far fronte a debiti contratti per l’acquisto di beni durevoli. «Certamente la mancanza o la diminuzione del lavoro è la parte predominante – spiega Gualerzi -. Mentre laddove c’è un debito per altre ragioni, il prestito interviene a sanare queste situazioni: chiude il precedente debito, lo ristruttura a dei tassi sicuramente più bassi e con un anno di preammortamento». Per quanto riguarda le imprese, invece, sono diverse le ragioni per cui ci si avvicina al prestito della Cei. Nonostante fosse privilegiato lo start-up d’impresa, non mancano quelle già esistenti in difficoltà. «Sentendo gli operatori Caritas – racconta Gualerzi -, a questa forma accedono anche imprese presenti da anni che si trovano in una fase di difficoltà economica o per il mercato o per via di questioni interne di riorganizzazione. Sostenere economicamente investimenti necessari e indispensabili per l’impresa è un elemento che emerge dalle richieste». Buoni, inoltre, i dati relativi alla restituzione dei prestiti erogati. Sebbene della versione 3.0 manchino ancora i dati, perché lo strumento prevede un anno di preammortamento, quelli consolidati delle versioni 1.0 e 2.0 parlano di percentuali al di sotto dei parametri di rischio preventivati.

Il successo della nuova versione dello strumento, però, non è legato solo al rodaggio della macchina, al maggior coinvolgimento delle Caritas e ad una più capillare informazione tra gli istituti aderenti. Merito del nuovo corso anche l’aver rivisto i criteri di accesso che nella prima edizione del prestito erano decisamente troppo stringenti per uno strumento di questo tipo. Oggi, a chiedere il Prestito della Speranza possono essere anche singoli, coppie che stanno per sposarsi, oltre alle famiglie, ovviamente. È cambiata anche la cifra massima erogabile dalle banche. Se prima si parlava di 6mila euro, oggi è possibile avere fino a 7.500 euro, mentre il microcredito di impresa può erogare fino a 25mila euro. Più favorevoli, inoltre, i tassi di interesse: abbassasti rispetto alle precedenti edizioni. Ora si punta a fare un bilancio finale fra alcuni mesi: l’obiettivo è rendere questo strumento sempre più utile e raggiungibile, con un maggior coinvolgimento delle Caritas sul territorio, dei volontari e con un miglior coordinamento con gli istituti bancari.

29 dicembre 2015