Enrico Petrillo: il dolore e la speranza diventano un libro
Nella Cappella della Sapienza, il vedovo di Chiara Corbella in dialogo con il cappellano don Vecchione per presentare “Solo il vino migliore”. «Nel non sentire Chiara ho percepito la carezza di Dio»
La Cappella della Sapienza è gremita. Ci sono gli studenti, tanti, ma non solo. Qualcuno resta in fondo, altri si stringono sulle sedie mentre nella sala cala il silenzio. Al centro non c’è semplicemente la storia di una perdita. C’è piuttosto una domanda che attraversa l’incontro dall’inizio alla fine: che cosa permette all’uomo di rialzarsi quando la vita prende una direzione diversa da quella immaginata? È dentro questa domanda che ieri sera, 15 settembre, Enrico Petrillo – vedovo di Chiara Corbella Petrillo – ha presentato alla Sapienza di Roma il suo libro ‘”Solo il vino migliore” (San Paolo), dialogando con don Gabriele Vecchione, cappellano dell’ateneo. Ad accompagnare lo scambio è stata Cristina Odasso, che ha letto alcuni dei passi più significativi del testo.
Un libro nato, racconta Petrillo, da «un tumulto di dolore che dovevo esternare». All’inizio quasi un diario, pagine alle quali affidare pensieri personali. Poi la consapevolezza che quelle parole sarebbero potute servire anche a qualcun altro. «Il motore è stato il dolore», spiega, anche quello provato nel vedere Chiara Corbella Petrillo, sua moglie, «molto fraintesa», interpretata talvolta attraverso categorie ideologiche. «Chiara invece ha semplicemente seguito la sua strada con Dio». Una strada segnata dalla perdita dei primi due figli, Maria Grazia Letizia e Davide Giovanni, e poi dalla malattia affrontata mentre attendeva Francesco.
Chiara morì nel 2012, a 28 anni; oggi è in corso la causa di beatificazione. A quattordici anni dalla sua perdita, Petrillo torna sulla loro storia senza trasformarla in un monumento, ma attraversando temi quali la vedovanza, la malattia, la famiglia e il dolore. È un terreno che conosce anche attraverso il lavoro: don Vecchione ricorda la sua esperienza come fisioterapista nelle cure palliative, prima all’hospice del Bambino Gesù di Roma e oggi al Campus Bio-Medico. Ed è proprio sulla sofferenza che le sue parole si fanno più nette. «Quando pensiamo che il dolore non serva a nulla, che viviamo a fare?». Ciò che cambia tutto, aggiunge, «è l’incontro con qualcuno». Non una spiegazione astratta della sofferenza, dunque, ma una presenza capace di darle un significato. E torna a Chiara, che in punto di morte arrivò a dire: «Questa croce è dolce». Una frase che non cancella il dramma, ma racconta la possibilità che anche nel dolore possa aprirsi uno spazio di grazia.
Petrillo mette però in guardia da un equivoco: pensare a un Dio che ami la sofferenza dell’uomo. «Il nostro Dio non è un Dio che prende, è un Dio che dona». Anche il volume insiste su questa immagine di un Padre che «non punisce, non inganna, non abbandona» e su una fede che non coincide con una performance morale.
Dopo una delle letture affidate a Cristina Odasso, il dialogo entra nella parte forse più intima: la vedovanza e il tempo in cui Petrillo non ha più avvertito la presenza di Chiara. «Non sentirla, per me, ha voluto dire non avere una sensazione fisica, sensoriale, della sua presenza». E la domanda diventa radicale: «Ma crediamo perché sentiamo qualcosa? E se non sentiamo più, smettiamo di credere?». La vedovanza, precisa, «non è una vocazione, è una condizione». Anche il lutto deve poter conoscere un termine, non perché si dimentichi chi non c’è più, ma perché chi resta possa continuare a vivere. «Nel non sentire Chiara ho percepito la carezza di Dio», aggiunge. Perché se Dio gli avesse concesso continuamente la percezione della presenza della moglie, osserva, quella stessa consolazione avrebbe potuto trattenerlo. «Sento invece che Chiara è l’amica più bella che Dio mi ha donato nel cammino».
È forse qui che, davanti ai giovani della Sapienza, la parola resilienza trova il suo significato più concreto. Non l’invulnerabilità di chi non cade, né la rimozione della sofferenza, ma la libertà di non rimanerne prigionieri. Continuare a camminare senza cancellare ciò che è stato. E allora persino una ferita può diventare, lentamente, un luogo dal quale ricominciare.
16 settembre 2026

