Sud Sudan, è emergenza umanitaria

Migliaia gli sfollati accolti nelle chiese dopo la fine dei combattimenti a Juba. «È stato un massacro». La Croce Rossa internazionale nei due ospedali

Migliaia gli sfollati accolti nelle chiese dopo la fine dei combattimenti a Juba. «È stato un massacro». La Croce Rossa internazionale attiva nei due ospedali

Nella Capitale del Sud Sudan, Juba, è tornata la calma dopo che nella serata di ieri, lunedì 11 luglio, il presidente Salva Kiir e il primo vice presidente Riek Machar hanno dichiarato il cessate il fuoco. Fonti ecclesiali locali riferisocno all’Agenzia Fides che «Machar ha rilasciato un’intervista da una località che non ha voluto rivelare, ma che si suppone sia a Juba o nei suoi dintorni, nella quale ha ribadito il suo impegno per il cessate il fuoco». In città ora prevale la calma, «sia pure molto tesa. Il saccheggio che ha accompagnato e seguito i combattimenti è stato di vaste proporzioni. I responsabili sono i soldati governativi e le milizie loro alleate, che hanno prevalso sulle deboli forze di Machar». Non poteva essere diversamente, spiegano, perché «le forze di Machar contavano poco meno di 1.500 combattenti con armi leggere, mentre i soldati governativi sono molto più numerosi e dotati di armi pesanti, compresi mezzi corazzati ed elicotteri da combattimento».

Il bilancio è pesante. «È stato un massacro – dichiarano i contatti di Fides – anche se non si sa ancora il numero delle vittime. La questione più urgente è quella umanitaria, a partire della mancanza di acqua potabile. Migliaia di persone si sono rifugiate nelle chiese e ci si sta organizzando per offrire loro assistenza, pur tra mille difficoltà. La Croce Rossa Internazionale è riuscita a inviare le proprie squadre nei due ospedali principali, che accolgono i feriti dei combattimenti dei giorni scorsi». Diverse le ambasciate ancora alle prese con l’evacuazione dei connazionali e di parte del personale. Tra queste anche quella del Giappone, che da un paio d’anni ha avviato importanti progetti umanitari e di sviluppo nel Sud Sudan.

«La fuga degli stranieri è dovuta alla mancanza di sicurezza, in primo luogo, ma anche alla carenza di cibo e di altri beni dovuti ai saccheggi dei negozi dove si rifornivano. È una situazione già sperimentata in altre zone del Sud Sudan. I combattimenti hanno conseguenze di lunga durata che colpiscono profondamente la popolazione che si trova depredata e priva d’assistenza», concludono i religiosi contattati da Fides.

12 luglio 2016