A Rebibbia nasce il “Caffè Galeotto”

Inaugurata nel carcere di Rebibbia la torrefazione messa in piedi dalla cooperativa Pantacoop. Il direttore Mariani: «Ci auguriamo che l’iniziativa venga ripresa da altri istituti e possa diffondersi come “buona prassi”»

«Ah, che bell’ ò ccafè pure ‘n carcere ‘o sanno fa». Così De André cantava in “Don Raffaè”, testo-denuncia della critica situazione delle carceri italiane negli anni Ottanta, e della sottomissione dello Stato al potere delle organizzazioni malavitose. Scritta nel 1990, ad ascoltarla oggi mette i brividi per la straordinaria attualità: per la corruzione della politica, ma anche perché in carcere, ora, il caffè lo si prepara davvero. E così, mentre tra le mura della casa circondariale “Rebibbia Nuovo Complesso” di Roma nasce una torrefazione che produce quello che è stato ribattezzato “Caffè Galeotto”, fuori gli inquirenti indagano sulla “Mafia capitale”, inchiesta che coinvolge imprenditori e politici della Città eterna.

Inaugurata ieri, lunedì 15 dicembre, nella struttura penitenziaria di via Raffaele Majetti 70, la torrefazione è stata messa in piedi dalla cooperativa Pantacoop, gestita da Mauro Pellegrino il quale, turbato dalle vicende giudiziarie romane che tengono banco in tutti i media, tiene a precisare come il progetto non goda di finanziamenti pubblici. «È sbagliato – dice – che l’opinione pubblica faccia di tutta l’erba un fascio, giudicando superficialmente il mondo della cooperazione sociale. Non tutti siamo uguali. Noi, nello specifico, andiamo avanti con le nostre forze e con quelle dei privati».

Sulla vicenda giudiziaria che ha coinvolto la Cooperativa 29 giugno interviene anche Angiolo Maroni, Garante dei detenuti del Lazio, il quale si lascia andare a una riflessione amara: «Desidero manifestare la forte preoccupazione che la vicenda della “29 giugno” diretta da alcuni malfattori colpirà tutto il mondo della cooperazione sociale. Ho già notizia di un ritrarsi degli enti locali dal continuare ad avere rapporti con le cooperative. Se questo dovesse accadere realmente, i danni sarebbero drammatici non solo sul piano sociale. Qui si rischiano infatti migliaia di posti di lavoro».

Di uguale tenore gli interventi di Filippo Pegorari, Garante dei detenuti della Città di Roma, e del direttore del carcere di Rebibbia Mauro Mariani. «In un periodo in cui il mondo della cooperazione è sotto i riflettori delle verifiche – spiega Mariani – , siamo orgogliosi di questa iniziativa. La torrefazione opera in regime di mercato aperto ed è chiaro che, anche per questo, ha difficoltà ad emergere. Ci auguriamo tuttavia che l’iniziativa venga ripresa anche in altri istituti e che possa diffondersi come “buona prassi”». I tre ragazzi, che attualmente lavorano all’interno della torrefazione, hanno frequentato corsi di formazione tenuti da esperti del settore. Obiettivo: apprendere una professione spendibile al momento del reinserimento nella società civile.

Quanto al prodotto, le recensioni sono quelle che descrivono un eccellente prodotto equosolidale, miscelato con i migliori crudi provenienti da continenti lontani. «Il processo di produzione della bevanda – spiegano i responsabili del progetto -, che ha le caratteristiche tipiche di un espresso italiano, è ancora artigianale perché il crudo viene esaminato e processato manualmente, a differenza idi quanto avviene in altre torrefazioni che affidano tutto il lavoro alle macchine». Un’attenzione che rende ottimo il Caffè Galeotto, «il caffè – come è scritto sulla confezione – che fa bene all’anima».

16 dicembre 2015