Afghanistan, l’allarme di Onu e associazioni

L’Alto commissario Grandi: «Soluzioni a lungo termine». Save the Children denuncia i danni della guerra sui minori. Acs: inviato speciale per la libertà religiosa

Un appello accorato alla comunità internazionale per il futuro degli afghani arriva dall’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi. «Le scene verificatesi all’aeroporto di Kabul in questi ultimi giorni hanno suscitato un’enorme ondata di compassione in tutto il mondo di fronte alla paura e alla disperazione vissute da migliaia di afghani. Ma quando queste immagini scompariranno dai nostri schermi, continueranno a esserci milioni di persone che avranno bisogno di supporto da parte della comunità internazionale». La preoccupazione è per quanti vorranno mettersi in salvo e non troveranno le condizioni per farlo. «Circa 3,5 milioni di persone sono già stati costretti a fuggire dalle violenze all’interno del Paese, di cui oltre mezzo milione dall’inizio di quest’anno – sottolinea Grandi -. La maggior parte non può ricorrere a canali regolari per mettersi in salvo. E, nel mezzo di un’evidente emergenza che vede milioni di persone necessitare disperatamente di aiuto, la risposta umanitaria all’interno dell’Afghanistan continua a essere gravemente sottofinanziata. Tutti fanno affidamento su programmi umanitari il cui dispiegamento deve essere intensificato in tempi rapidi».

Grandi invoca un maggiore sostegno per i Paesi confinanti con l’Afghanistan, che saranno soggetti a una inevitabile pressione. Per quattro decenni, Pakistan e Iran hanno accolto milioni di rifugiati afghani e continuano ad accogliere circa 2,2 milioni di rifugiati afghani registrati, quasi il 90 per cento del totale. «Mentre continuiamo ad appellarci affinché le frontiere restino aperte, è necessario che un maggior numero di Paesi condivida queste responsabilità sul piano umanitario, non ultimo in considerazione della situazione critica in cui si trova la Repubblica Islamica dell’Iran, alle prese con la pandemia. I rifugiati avranno inoltre bisogno di soluzioni a lungo termine. È nostro dovere rispondere con urgenza e con un piano efficace alle esigenze umanitarie critiche presenti in Afghanistan e nei Paesi della regione. Una crisi umanitaria di entità molto più grave è solo all’inizio».

Save the Children mette in luce le drammatiche conseguenze negli anni della situazione afghana nei confronti dei minori. «Un bambino ogni cinque ore ucciso o mutilato negli ultimi 20 anni di guerra. Il bilancio è di quasi 33.000 minori, vittime dirette del conflitto». L’organizzazione chiede alla comunità internazionale di sostenere i bambini con cibo, acqua pulita, riparo e istruzione per non vanificare gli sforzi degli ultimi venti anni. «Esortiamo la comunità internazionale a continuare a sostenere il lavoro delle ong nazionali e internazionali nel loro lavoro vitale per raggiungere i più vulnerabili, comprese le decine di migliaia di famiglie che hanno lasciato l’Afghanistan. Chiediamo, inoltre, alle nuove autorità di garantire alle organizzazioni umanitarie un accesso sicuro, senza restrizioni e incondizionato per supportare chi ha più bisogno il prima possibile. I bambini e le loro famiglie in Afghanistan devono affrontare la siccità, il Covid-19 e un rigido inverno: non c’è tempo da perdere». Intanto l’organizzazione ha concluso l’intervento all’aeroporto di Fiumicino dove ha partecipato alle operazioni di accoglienza di circa 800 profughi e ha garantito un intervento personalizzato per 37 nuclei familiari e 14 minori non accompagnati. Attivo un help desk con mediatori culturali nelle lingue farsi, pashtu e dari per un sostegno immediato a minori soli e nuclei familiari, in rete con l’associazionismo e gli enti locali. Ancora, da Save the Children arriva l’auspicio di un piano per l’inclusione sociale e lavorativa, il tempestivo inserimento scolastico dei bambini e l’accoglienza anche per chi arriva tramite la rotta balcanica.

Aiuto alla Chiesa che soffre (Acs) punta l’attenzione sulle violazioni alla libertà religiosa in vista della possibile convocazione di un G20 straordinario sull’Afghanistan, voluto dall’Italia. Violazioni «acuite dopo il ritiro delle truppe Nato – sottolineano in un comunicato – ma già presenti prima: anche quando il territorio era presidiato dai militari stranieri il cristianesimo era visto come una religione occidentale ed estranea, non solo dai terroristi dell’Iskp o dai Talebani ma da gran parte dell’opinione pubblica. I cristiani afghani erano pertanto costretti a praticare il culto da soli o in piccoli gruppi, all’interno di abitazioni private. Chi si dichiarava pubblicamente cristiano, o si convertiva dall’islam al cristianesimo, era vulnerabile, vigendo la pena di morte per l’apostasia. Stessa sorte toccava, e a maggior ragione tocca ora, agli appartenenti ad altre minoranze religiose». Da qui la richiesta della fondazione pontificia al governo italiano di istituire anche in Italia la carica di Inviato speciale per la libertà religiosa, sull’esempio della Commissione europea che nel maggio scorso aveva nominato Christos Stylianides Inviato speciale per la promozione della libertà di religione e credo.

2 settembre 2021