«Amore, riparazione e apostolato». Madre Anselma Viola verso l’onore degli altari

Chiusa la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione della fondatrice delle Suore missionarie catechiste di Gesù Redentore

L’Eucaristia, centro della vita consacrata e unico mezzo per la catechesi e l’evangelizzazione, perché solo correndo «ai piedi di Gesù sacramentato attingeremo forza». È l’insegnamento lasciato da madre Anselma Viola, fondatrice delle Suore missionarie catechiste di Gesù Redentore, per la quale venerdì 19 luglio si è chiusa la fase diocesana della causa di beatificazione e canonizzazione. La cerimonia, svoltasi in concomitanza con l’apertura del Capitolo generale della “sua” congregazione, si è tenuta alla presenza di monsignor Slawomir Oder, vicario giudiziale del Tribunale diocesano, che aveva aperto l’inchiesta il 9 novembre 2017.

«Amore, riparazione e apostolato» il motto che ha fatto da sfondo a tutta la vita di madre Anselma, il cui insegnamento si può ricercare nella sua capacità di coniugare la contemplazione con l’azione, la vita religiosa con l’impegno di apostolato e di promozione sociale, ha evidenziato Oder. Anselma, al secolo Palmira perché nata la Domenica delle Palme il 10 aprile 1892, era originaria di Falvaterra, in provincia di Frosinone. Prima di otto figli, crebbe in una famiglia molto devota. Anche il fratello Luca si consacrò al Signore vestendo l’abito dei passionisti. A 23 anni Palmira entrò nell’Istituto delle Figlie di Sant’Anna e ancora novizia fu inviata in Perù, dove emise la professione religiosa nel 1925. Trasferita in Bolivia, a La Paz, si distinse per la sua disponibilità ad aiutare i più poveri e gli emarginati. Durante la missione in America Latina le fu affidata la direzione di un collegio del suo istituto, dove scoprì che le alunne erano del tutto ignare delle prime nozioni di vita cristiana. Avvertì quindi forte dentro di sé la necessità di dare vita ad un’opera dedita all’insegnamento delle verità di fede.

«Con il suo ardente zelo apostolico si spinge nelle periferie della città boliviana – ha ricordato il vicario giudiziale -. L’impatto con i poveri, la constatazione di chiese mal tenute, i tabernacoli costruiti con cassette di sapone accesero nel suo cuore il desiderio di trovare degli adoratori che riparassero tanta indifferenza. Cristo, per suor Anselma appare il grande dimenticato nei tabernacoli, l’oltraggiato nei fratelli e l’offeso nei sacerdoti poco degni». Decise quindi di fondare un istituto religioso che si dedicasse alla riparazione e all’istruzione catechistica nella stessa America Latina, dove aveva sperimentato tanto bisogno di evangelizzazione. Nel 1939 tornò in Italia, lasciò le Figlie di Sant’Anna e si dedicò alla nuova opera missionaria catechista sostenuta dalla sua guida spirituale, padre Nicola Monaco, e dal fratello Luca.

Il nuovo istituto fu accolto nella diocesi di Rieti dal vescovo Benigno Luciano Migliorini e fu fondato a Collalto Sabino il 21 novembre 1941. Il riconoscimento diocesano della nuova congregazione “Suore missionarie catechiste di Gesù Redentore” arrivò solo il 17 aprile 1949 e quello pontificio il 2 febbraio 1984, un anno dopo la morte della fondatrice. Madre Anselma riuscì però a vedere la congregazione diffondersi in varie diocesi italiane e soprattutto in America Latina con l’apertura della prima missione in Uruguay, prima di morire, il 9 gennaio 1983. La Serva di Dio «fu molto stimata per le sue virtù e per la fedeltà con cui corrispose alla propria vocazione – ha aggiunto monsignor Oder -. Molto apprezzata inoltre la sua capacità nel consiglio e nell’aiuto spirituale. Di perenne attualità poi la sua straordinaria attitudine a sopportare prove, tribolazioni e umiliazioni pur di compiere sempre e comunque la volontà del Signore».

22 luglio 2019