Antonio Spagnolo: «Morire con dignità, diritto ineluttabile»

Il direttore dell’Istituto di Bioetica della Cattolica commenta la vicenda del 70enne malato di Sla morto a Montebelluna in sedazione profonda

Il direttore dell’Istituto di Bioetica della Cattolica commenta la vicenda di Dino Bettamin, 70enne malato di Sla morto a Montebelluna in sedazione profonda

Il diritto di morire con dignità è diverso dal diritto di morire. È nel sostantivo “dignità” che si gioca la sostanziale differenza, soprattutto etico-morale, tra la sedazione palliativa e l’eutanasia. «La sedazione non è finalizzata ad anticipare la morte ma, nelle cure palliative, è una risposta ad una sofferenza del paziente che non è eliminabile con altri farmaci o da qualsiasi tipo di intervento». A dare una spiegazione scientifica è Antonio Gioacchino Spagnolo, professore ordinario di Bioetica e direttore dell’Institute of bioethics and medical humanities presso la facoltà di Medicina e chirurgia dell’università Cattolica del Sacro Cuore di Roma.

Il caso di Dino Bettamin, 70enne di Montebelluna in provincia di Treviso, morto nel sonno dopo aver lottato per cinque anni contro la Sclerosi laterale amiotrofica (Sla), non è il primo in Italia: la sedazione è una pratica che non di rado viene richiesta da un paziente in fase terminale o proposta da un medico perché rientra nella legittimità delle cure palliative. Il paziente trevigiano aveva esplicitamente richiesto la sedazione profonda perché provato dalle acute sofferenze. Alcuni studi scientifici hanno anche dimostrato che la sedazione palliativa permette al paziente di vivere più a lungo perché, da sedato, affronta meglio le ultime fasi della vita.

Spagnolo non entra nello specifico della vicenda del paziente di Montebelluna avendo a sua disposizione solo gli elementi appresi dalla stampa ma evidenzia che «il diritto di morire con dignità è un diritto ineluttabile dell’uomo. La sedazione palliativa è uno strumento importante nelle cure palliative e dal punto di vista scientifico e anche etico offrire la perdita della coscienza come strumento per non soffrire ulteriormente è qualcosa che normalmente si fa ma solo se rispetta determinate condizioni». Innanzitutto il paziente, messo a conoscenza di tutto l’iter sanitario, deve essere affetto da un sintomo refrattario, una sofferenza non trattabile con nessun tipo di farmaco: la decisione di sottoporsi alla sedazione palliativa deve conseguire all’impossibilità di fare altro. Solo dopo aver appurato questo al paziente vengono somministrati farmaci che non anticipano la morte ma lo fanno addormentare.

Partendo da questo punto il professore elenca le tre principali differenze tra sedazione palliativa e eutanasia: l’intenzione, il farmaco usato, il risultato. «Con la sedazione si intende eliminare la coscienza perché il paziente non soffra più, mentre con l’eutanasia si anticipa la morte. Nel primo caso si usa un farmaco che addormenta, mentre nell’altro uno che agisce sui centri vitali accelerando la morte, ottenendo, appunto, un paziente addormentato da un lato e uno deceduto dall’altro. Dal punto di vista morale sono chiari i fini, le intenzioni e i mezzi».

15 maggio 2017