“Auschwitz”, il brano di Guccini nella memoria collettiva

Domande ancora attuali a oltre 50 anni dall’uscita. A lanciarlo fu l’Equipe 84, ma l’autore la cantò in tv nel 1967

Tra pochi giorni, il 27 gennaio, si celebra il Giorno della Memoria per commemorare le vittime dell’Olocausto. La data ricorda il giorno del 1945 in cui le truppe dell’Armata Rossa liberarono il campo di concentramento di Auschwitz-Birkenau, nel territorio polacco occupato dai nazisti. L’orrore dello sterminio fu svelato al mondo, con la follia dei forni crematori e delle torture. A decidere la data del Giorno della Memoria fu l’Assemblea generale delle Nazioni Unite nel 2005, ma l’Italia era arrivata alla scelta cinque anni prima.

La canzone italiana ha nel suo patrimonio un testo che resta nella memoria di tutti per la sua carica dirompente sulla tragedia del lager dove – solo per fornire un dato – furono rinchiusi 200mila bambini e ne uscirono solo cinquanta. “La canzone del bambino nel vento – Auschwitz”, scritta da Francesco Guccini nel 1964, due anni prima della sua pubblicazione su disco. Appare paradossale, a distanza di tempo, apprezzando il valore di questo brano, come la sua uscita avvenne sulla facciata B di un 45 giri dell’Equipe 84 che sul lato A presentava Bang bang, cover di un celebre pezzo di Sonny & Cher.

«Son morto con altri cento, son morto ch’ero bambino, passato per il camino e adesso sono nel vento»…», le prime parole di un testo riproposto per anni nei concerti del cantautore emiliano e impresso nella memoria collettiva. Un testo a due voci, con un bambino protagonista e vittima della follia e con la voce dell’autore lacerato dalle domande che riecheggiano attuali ogni giorno, anche oggi. «Io chiedo come può un uomo uccidere un suo fratello / Io chiedo quando sarà che l’uomo potrà imparare / a vivere senza ammazzare…».

Domande che scaturiscono soprattutto nei “viaggi della memoria” che da Roma e da tante parti d’Italia partono verso Auschwitz per conoscere e tentare di capire o di accostarsi all’insensatezza, soprattutto in questo tempo in cui l’antisemitismo torna a dare segnali preoccupanti. Viaggi come quello che lo stesso Guccini, cinquant’anni dopo la sua canzone, ha compiuto proprio lassù, superando il famoso cancello con la scritta “Arbeit macht frei” (“Il lavoro rende liberi”) voluta dai nazisti. Insieme a lui, una scolaresca e l’arcivescovo di Bologna, Matteo Zuppi.

«Ho provato un’emozione profonda – commentò Guccini -, un forte colpo al cuore. Non so perché ho aspettato così tanto per fare questo viaggio. Ma quando mi è stata offerta la possibilità ho accettato. Un viaggio lungo e un po’ scomodo. E se è lo è stato per me, ho sofferto pensando a come deve essere stato quello dei deportati…».

Tornando al brano, c’è un’altra curiosità legata al testo, il fatto che Guccini, all’epoca, non era ancora iscritto alla Siae e così il brano all’uscita fu firmato da Maurizio Vandelli – leader dell’Equipe 84 – e Lunero (pseudonimo del compositore Iller Pattacini). Ma come nacque il brano? Così ricorda Guccini: «Tutto è accaduto in un pomeriggio d’autunno preparando un esame di latino. Tra l’altro, in seguito, in fase di registrazione un tecnico mi si era avvicinato per chiedermi se ero l’autore. Quando glielo confermai mi disse: “Cambi mestiere o cambi genere, così non andrà lontano…”».

Nel 1967 Guccini disse pubblicamente di essere l’unico autore della canzone (che pubblicò a suo nome nel suo primo album, “Folk Beat N.1 ”) in un programma televisivo condotto da Caterina Caselli e Giorgio Gaber, che si intitolava “Diamoci del tu”. Per lui era la prima apparizione in tv, nell’unico canale che allora esisteva. La Caselli lo presentò così: «Volevo presentarvi un mio amico, fa l’ultimo anno dell’università di Lettere: Francesco». Guccini prese la chitarra e iniziò a cantare: “Son morto con altri cento…”

22 gennaio 2019