Autosabotaggio, ovvero come farsi lo sgambetto da soli

In molti sono artefici delle proprie disgrazie, complici l’attenzione concentrata sulle proprie debolezze e una visione negativa del mondo

In un’epoca che ci sollecita al potere ed al successo ed in cui autoaffermazione e ricerca della soddisfazione sembrano principi assoluti, gli atti di autosabotaggio risultano davvero incomprensibili. Eppure, i casi in cui ci facciamo lo sgambetto sono numerosi e, probabilmente, ognuno di noi se ne riconoscerà qualcuno!

A volte l’autosabotaggio è camuffato sembrando effetto di circostanze infauste oppure di ostilità altrui; in realtà, molti individui sono artefici delle proprie disgrazie continuando a mettere in atto modi disfunzionali di pensiero e di comunicazione. L’attenzione concentrata sulle proprie debolezze ed una visione negativa del mondo possono funzionare come vere e proprie profezie che si autorealizzano. Negli ultimi anni, la psicologia della personalità si è occupata del tema e ne sono emersi cinque modelli.

Errori di pensiero.  In questo caso il soggetto non ha l’intenzione di farsi del male ma è solo vittima di errori di pensiero, di calcoli sbagliati e della tendenza a sopravvalutarsi. Ad esempio l’automobilista che scende in fretta davanti all’edicola e lascia la macchina col motore acceso che gli viene rubata sotto gli occhi. La tendenza a sottovalutare i rischi è comunissima, chiunque può essere vittima dell’illusorio “a me non può capitare”. Avvertimenti e stime di probabilità non hanno un effetto deterrente.

In questa stessa varietà, rientra la “strategia” di colui che continua a rincorrere con soldi buoni dei soldi già perduti. Molti non riconoscono quando è il momento di ritirarsi da un’impresa o da un investimento limitando i danni ed evitando nuove perdite. Probabilmente si considera un ripiegamento tempestivo come una sconfitta vergognosa. Questa tendenza viene rafforzata quando, ad esempio, ci sono dei testimoni: per non sentirsi dire ”te l’avevo detto” si è disposti a portare fino in fondo l’impresa pur senza prospettive di successo. Per proteggere l’immagine sociale, sospinti dall’impulso irrazionale di rimediare il corso degli eventi, ci si prepara da soli una sconfitta molto più grossa di quella che si vuole contrastare.

La paura del successo riguarda i casi di autosabotaggio che avvengono ad un passo dal successo. Esempi eclatanti che ho avuto modo di riscontrare comunemente nella pratica clinica, si trovano nello studente che, dopo aver svolto tutti gli esami universitari, si ritira alle soglie della tesi oppure nel soggetto impegnatissimo nella scalata lavorativa che quando si trova nella possibilità di aver la promozione, ci rinuncia. Invece di pregustare la vittoria, chi cade nella trappola avverte di colpo l’enorme pressione dell’attesa. Per poter reggere a questa pressione psicologica raddoppia gli sforzi, col risultato che quanto finora gli riusciva in modo naturale adesso prende una piega indesiderata: paralizzati dalla tensione, ci si conduce da sé alla sconfitta inaspettata. La pressione del successo mina l’autocontrollo ed il repertorio delle strategie messe in atto migliaia di volte e sempre funzionali che improvvisamente non sono più a disposizione come prima, ciò sia per le competenze mentali che fisiche.

La chiave di lettura psicologica in questa forma di autosabotaggio è l’improvvisa focalizzazione dell’attenzione su di sé. Il soggetto si sente in mostra, osservato e giudicato col risultato di sentirsi insicuro ed inibito. Non è raro assistere a questo fenomeno anche nel percorso terapeutico in cui alcuni pazienti cominciano a sabotare la terapia (disdire gli appuntamenti, regredire a fasi ormai superate, ecc.) in prossimità del raggiungimento dell’obiettivo. In questo caso, è presente la paura che la riuscita della terapia li esponga a maggiori pretese, critiche e richieste.

Gratificazione immediata. Si gode subito, si pagherà dopo. Anche qui ritroviamo errori di valutazione e modelli disfunzionali di pensiero. Consapevoli dei rischi, si dà maggiore rilevanza ai vantaggi immediati piuttosto che a quelli a lungo termine dovuti alla rinuncia. Tutta la gamma delle abitudini irrazionali, come fumare, bere, mangiare troppo, rientra in questo schema. Le possibili conseguenze negative di un comportamento sono considerate, ma c’è sempre la possibilità che non si realizzino; i vantaggi immediati sono garantiti, le conseguenze possibili no.

La gratificazione immediata degenera spesso in una forma di dipendenza, i cui effetti distruttivi sono negati e rimossi con ostinazione. Alcool e sigarette sono i mezzi di elezione in questo tipo di strategia perché oltre al godimento fisico, garantiscono una piacevole distensione psicologica. Qualche bicchiere di vino basta a ridurre il disagio che spesso accompagna la coscienza di sé. Al detto comune “si beve per dimenticare”, dovremmo aggiungere che il bevitore vuol dimenticare prima di tutto se stesso per non dover fare i conti con i suoi problemi. In fondo, questa strategia è la conseguenza di una piccola fuga da se stessi.

Anche la tendenza a rinviare compiti spiacevoli è una forma di autosabotaggio, che deve essere interpretata soprattutto come una strategia di difesa psicologica. Chi rimanda potrà forse godersi il tempo di ozio, ma la sua vera motivazione non è la pigrizia, ma il voler evitare il momento in cui il risultato dei propri sforzi sarà giudicato.

Handicap autoimposti. Procurarsi da soli in maniera consapevole ed intenzionale ostacoli ed impedimenti è una strategia da cui si può ricavare, malgrado gli evidenti svantaggi, un beneficio psicologico. Scaricando le colpe su un handicap, si risolve la questione della competenza personale; le cause di eventuali insuccessi vengono proiettate all’esterno. Lo svantaggio di partenza che l’individuo si assume, impedisce di valutarne le qualità e le competenze allo stato puro in quanto cancella le cause autentiche di un comportamento. Ad esempio, chi sbaglia sotto l’effetto di alcool o droga può incolpare le circostanze di minor efficienza in cui ha agito.

Anche la dedizione totale ad un’altra persona può essere un modo per evitare che le proprie capacità siano messe alla prova. Lo psichiatra E. Berne fa rientrare questa strategia fra i “giochi” relazionali: «Se non dovessi sacrificarmi per te, potrei avere… (successo, amici, ecc.)… rinuncio perché so che non ti farebbe piacere…». Chi fa questo gioco si guarda bene dal rischio di una verifica rifugiandosi nella situazione protetta che mantiene integra la stima di sé.

Vendetta a tutti i costi. Per alcune persone i danni subiti sono un prezzo che si paga volentieri pur di danneggiare l’altro. A volte con il far male a se stessi si ottiene lo scopo dell’azione punitiva; ad esempio, la “pecora nera” della famiglia: basta la sua esistenza a provocare nei genitori ansia e vergogna. Spesso, sono quelli che con la loro eccentricità, poca voglia di studiare o lavorare e con una collezione di insuccessi, pareggiano a proprie spese il conto con i genitori da cui si sentono poco amati, trascurati o maltrattati. Questa forma di vendetta in molti casi è anche il tentativo disperato di ottenere nonostante tutto cure ed attenzione sia pure in veste di critiche e rimproveri. Persone di questo genere, sabotando il proprio successo costringono i genitori ad occuparsi a lungo di loro, per esempio fornendo il denaro o mobilitando appoggi per toglierle dai guai. (Lucia Calabrese, psicoterapeuta e sessuologa clinica)

5 luglio 2019