Ancora nessuna soluzione per l’enigma Brexit. Nella serata di ieri, 29 gennaio, il parlamento britannico ha bocciato cinque emendamenti sul processo di uscita del Regno Unito dall’Unione europea, dando quindi mandato alla premier Theresa May per «tornare a Bruxelles» con il suo piano B, cercando di ottenere, entro il 13 febbraio, quello che non è riuscita a portare a casa in due anni. In sostanza, la richiesta è di non cambiare l’approccio a Brexit, negoziando un accordo non dissimile da quello chiuso a novembre – e bocciato a Westminster in sede di ratifica – a condizione che sia alleggerito dei vincoli del “backstop”, il piano di protezione per evitare barriere e controlli al confine tra nord Irlanda e Irlanda. Sullo sfondo, lo spettro del “no deal”, vale a dire un’uscita dall’Unione senza nessun tipo di accordo.

Mentre fuori dal parlamento britannico si manifestava sia a favore che contro l’Ue, dentro i deputati bocciavano, con 327 voti contro 296, l’emendamento proposto dal leader dell’opposizione Jeremy Corbyn, che voleva evitare la rottura senza accordo con la Ue chiedendo al governo di considerare altre opzioni come una unione doganale permanente. Sconfitto, per 327 voti contro 39 anche l’emendamento di Ian Blackford, leader del partito nazionalista scozzese ai Comuni, che chiedeva una sospensione dell’articolo 50, la legislazione che regola l’uscita della Gran Bretagna dall’Unione europea. Più tempo veniva chiesto anche dall’emendamento del conservatore Dominic Grieve, anche lui sconfitto con 321 voti contro 301. Bocciata infine la proposta della laburista Yvette Cooper che voleva spostare dal 29 marzo al 31 dicembre la data dell’uscita del Regno Unito dalla Ue nel caso l’accordo May non venisse approvato entro il 26 febbraio.

30 gennaio 2019