Cappello e Luli, il ricordo nella celebrazione a Sant’Ignazio
Il ritratto dei due gesuiti: la capacità di ascolto del «confessore di Roma» e la capacità di perdono del religioso albanese
Il ritratto dei due gesuiti, nelle parole del cardinale Re e di padre Lanzilli. La capacità di ascolto del «confessore di Roma» e la capacità di perdono del religioso albanese
Due uomini prima che due sacerdoti e modelli di misericordia: in questo modo sono stati presentati, dalle parole di chi li ha conosciuti a fondo, padre Felice Maria Cappello e padre Anton Nika Luli, nel corso della celebrazione che ha avuto luogo l’11 novembre nella chiesa di Sant’Ignazio al Campo Marzio, in occasione della Messa di guarigione dei malati, che lì si tiene ogni secondo venerdì del mese ad opera della Comunità “Cuore di Gesù”.
È stato padre Lello Lanzilli a tracciare il profilo personale e umano di padre Luli (1910-1998) con il quale ha potuto vivere a stretto contatto, a Tirana, nei suoi venti anni di missione in Albania. «È stato un uomo sfortunato – ha esordito il gesuita – che per due volte ha subito il carcere duro ingiustamente». Entrambi gli arresti avvennero, infatti, in maniera pretestuosa: la prima volta a motivo di una scorta di un quintale di granoturco che aveva in canonica e che era il dono dei suoi parrocchiani per passare l’inverno serenamente; la seconda perché accusato di boicottare l’economia socialista.
«Mi raccontava spesso – ha ricordato padre Lanzilli – del freddo che patì la prima volta che venne imprigionato, quando lo legarono a delle travi e lo esposero alle correnti dell’inverno: sentì il gelo salirgli dalla punta dei piedi fino al cuore». Il carcere gli compromise la salute poiché le percosse furono tali da bucargli un polmone. Eppure padre Luli, ricorda il suo compagno di missione, «riuscì a conservare una serenità d’animo e una capacità di perdono impensabili per chi avesse subito tali atrocità». Quando, anni dopo la sua scarcerazione, incontrò il suo carceriere, «colui che lo aveva portato alle soglie della morte», lo abbracciò.
Della stessa comprensione umana e paterna fu capace padre Felice Maria Cappello (1879-1962), il «confessore di Roma», come lo ha definito il cardinale Giovan Battista Re, assente per motivi di salute, le cui parole sono state lette nel corso dell’omelia da padre Massimo Nevola. Il porporato ha tracciato un ritratto completo del gesuita che lui per primo ha conosciuto come confessore: le persone uscivano rasserenate dal confessionale, «metteva le anime in pace – ha continuato -, usava parole semplici, chiare e incoraggianti».
Padre Cappello fu anche docente di Diritto Canonico all’Università Gregoriana, uomo di scienza, quindi, ma mai vittima «del rigorismo bensì maestro nell’interpretazione dei principi». Ma era il ministero del perdono, per lui, il fulcro: sosteneva che «un uomo di Dio deve sì insegnare dal pulpito ma più di tutto deve stare nel confessionale dove si decidono le sorti delle anime». E padre Cappello ascoltava la gente semplice ma anche tanti sacerdoti, vescovi e cardinali e anche Papa Contini lo ebbe come confessore. Visitava inoltre gli ammalati, specie quelli che erano prossimi alla morte.
La sera del 24 marzo 1962 fu lui a far chiamare il proprio confessore, spegnendosi poi nella notte. Il cardinale Re ha ricordato come la mattina prima di morire padre Cappello avesse lavorato alla sua ultima opera, il “De penitentia”, un intero volume dedicato proprio al sacramento del perdono che «resta il simbolo di sintesi di un uomo di scienza, di misericordia e di preghiera».
14 novembre 2016

