«Sconcerto e seria preoccupazione». Il Centro Astalli commenta così i fatti che domenica 17 marzo hanno coinvolto 218 migranti, tra cui molte donne e bambini, «in balia delle onde del Mediterraneo», soccorsi e portati in salvo dalla ong spagnola Proactiva Open Arms e poi divenuti in mare oggetto di disputa con una motovedetta libica che minacciava di aprire il fuoco se non le fossero stati riconsegnati. Per il Centro Astalli, «sulla base di testimonianze dei rifugiati che accogliamo e di cui certifichiamo le torture e le violenze subite nei centri di detenzione libici, la Libia non può essere considerata in alcun modo un Paese sicuro». Come denunciano sia le Nazioni Unite che le principali ong umanitarie, si legge in una nota diffusa dal Centro, «le condizioni nel Paese sono tali da rendere inaccettabile la soluzione di affidare alla guardia costiera libica, che in varie occasioni si è tra l’altro resa responsabile di abusi, i migranti che tentano di attraversare il Mediterraneo».

Il rischio concreto, secondo i responsabili della struttura dei Gesuiti, è che le persone, «sistematicamente soggette a detenzione, subiscano trattamenti inumani e degradanti». Proprio per questo favorire il loro rinvio in Libia «si configura come violazione di importanti principi giuridici, quali l’articolo 3 della Carta europea dei Diritti umani e il principio di non respingimento previsto dall’articolo 33 della Convenzione di Ginevra sullo status di rifugiato». Di conseguenza, si legge ancora nella nota, «il Centro Astalli chiede un’azione umanitaria urgente e immediata per l’evacuazione della Libia e l’istituzione di vie d’ingresso legali stabili per chi cerca legittimamente protezione in Europa».

21 marzo 2018