«Che cosa cercate?»
Incontri, situazioni, si succedono anche nei nostri giorni, ci disturbano, ci mettono di fronte ai nostri desideri impastati di realtà. E chiedono risposta
Fatti, incontri, situazioni, si succedono anche nei nostri giorni, ci disturbano, ci mettono di fronte ai nostri desideri impastati di realtà. E chiedono risposta
«In realtà, è Gesù che cercate quando sognate la felicità; è Lui che vi aspetta quando niente vi soddisfa di quello che trovate; è Lui la bellezza che tanto vi attrae; è Lui che vi provoca con quella sete di radicalità che non vi permette di adattarvi al compromesso; è Lui che vi spinge a deporre le maschere che rendono falsa la vita; è Lui che vi legge nel cuore le decisioni più vere che altri vorrebbero soffocare. È Gesù che suscita in voi il desiderio di fare della vostra vita qualcosa di grande, la volontà di seguire un ideale, il rifiuto di lasciarvi inghiottire dalla mediocrità, il coraggio di impegnarvi con umiltà e perseveranza per migliorare voi stessi e la società, rendendola più umana e fraterna».
Con queste parole Giovanni Paolo II si rivolgeva ai giovani riuniti in preghiera per il grande Giubileo del 2000 la sera del 19 agosto, suggerendo la risposta alla domanda che inaugura ogni conversazione del Figlio di Dio con ognuno di noi: «Che cosa cercate?» (Gv 1,38). È Gesù! È Gesù che cerchiamo. È lui il vero animatore dei nostri pensieri, è lui la fonte e la meta dei nostri desideri e tutti si compiono in lui. È lui che cerchiamo – seppure spesso inconsapevolmente – in ogni moto più intimo del cuore, in ogni nostra scelta ed in ogni nostra azione, anche nel peccato: cerchiamo la felicità.
E io? «Come ti cerco, dunque, Signore? Cercando te, Dio mio, io cerco la felicità della vita. Ti cercherò perché l’anima mia viva. Il mio corpo vive della mia anima e la mia anima vive di te. Come cerco dunque la felicità?» (Agostino, Confessioni, X, 20.29). «La felicità che cercate, quella che avete il diritto di gustare ha un nome, un volto: quello di Gesù Cristo nascosto nell’Eucaristia. Solo Lui dà pienezza all’umanità. Eppure in vaste parti del mondo esiste oggi una strana dimenticanza di Dio, sembra che tutto vada ugualmente anche senza di Lui. Al tempo stesso esiste anche un sentimento di frustrazione, di insoddisfazione di tutto e di tutti: non è possibile che questa sia la vita! Davvero no» (Benedetto XVI, Giornata Mondiale della Gioventù, 18-23 agosto 2006).
È proprio dentro questo mondo, all’interno di questa realtà dove si va costruendo «una dittatura del relativismo che nulla riconosce come definitivo, che lascia solo il proprio io come ultima misura» (Idem) che la Vita consacrata vuole essere annuncio di felicità storicamente possibile e insieme attesa, realtà e profezia, meta e ricerca. «Non voi avete scelto me, ma io ho scelto voi» (Gv 15,16) e se possiamo essere tentati di leggere queste parole di Gesù nella direzione di una chiusura in un atteggiamento passivo che non ci farà mai decidere nulla nella nostra vita, in verità l’annuncio ci scuote e ci apre all’orizzonte della profonda relazione con Dio. Tale relazione si svolge tutta e soltanto nella realtà, mostrando così il vero senso dell’Incarnazione: Dio ha scelto questa nostra carne, ha vissuto nella storia, vive ed agisce ancora, ancora viene oggi, a parlare con me (DV 2). Abramo, Giuseppe, Davide, Mosé… Maria, Giuseppe, Pietro, Matteo, Paolo… Agostino, Francesco, Rita, Ignazio… Massimiliano Kolbe, Teresa di Lisieux, Teresa di Calcutta, Giovanni Paolo II… Dove hanno incontrato quel Dio che ha cambiato loro la vita e che insieme con loro ha potuto trasformare la storia? Dove, se non proprio dentro quella stessa vita, la loro stessa carne, nella mai banale quotidianità, qui, sulla nostra terra, in ogni tempo, nel loro presente, nel nostro. Si sono lasciati disturbare da un Altro che poi hanno riconosciuto e chiamato con il suo nome: «Mio Signore e mio Dio» (Gv 20,28). Ecco perché consacrare la propria vita!
Fatti, incontri, situazioni, eventi ordinari e straordinari si succedono anche nei nostri giorni, ci disturbano, ci interpellano, ci mettono di fronte ai nostri desideri impastati di realtà. Sempre torna dolcemente prepotente la domanda primordiale di Dio: «Adamo, dove sei?» (Gen 3,9). È impressionante come in quel momento, genesi della vita e contemporaneamente genesi del peccato, si apra il dialogo tra Dio e l’uomo. Dalla debolezza, dalla fragilità e dal peccato, quando nessuno parla più con l’altro se non contro l’altro (Gen 3,12-13) Dio prende l’iniziativa – ancora e sempre – e riaccende quell’amabile colloquio che il male strisciante vuole estinguere.
«Dove sei?». Al tono serio del Padre fa eco la voce del Figlio: uomini, «che cosa cercate?» (Gv 1,38). Dove sei? Che cosa cerchi? Chi dici che io sia (Mc 8,29)? Vuoi andartene anche tu (Gv 6,67)? Vuoi guarire (Gv 5,6)? Sono le domande di Dio in ogni tempo della nostra vita, domande che ci consegnano una responsabilità – un’abilità a rispondere -, quella capacità tutta personale di rispondere ad un appello. Domande che ci ardono nell’anima e mettono in gioco i desideri e la volontà, quella volontà che è in potenza già espressa nei desideri del cuore e che attende l’occasione di essere messa in opera: l’opus Dei, l’opera più importante della vita, la costruzione della vita stessa, la rivelazione della propria identità. Così insegna Giovanni Paolo II nella sua enciclica Veritatis Splendor: «Le decisioni che si prendono nel porre certi atti morali non producono solo un mutamento dello stato di cose esterne all’uomo, ma, in quanto scelte deliberate, qualificano moralmente la persona stessa che li compie e ne determinano la fisionomia spirituale profonda, come rileva suggestivamente san Gregorio Nisseno: “Tutti gli esseri soggetti al divenire non restano mai identici a se stessi, ma passano continuamente da uno stato ad un altro mediante un cambiamento che opera sempre, in bene o in male… Ora, essere soggetto a cambiamento è nascere continuamente… Ma qui la nascita non avviene per un intervento estraneo, com’è il caso degli esseri corporei… Essa è il risultato di una scelta libera e noi siamo così, in certo modo, i nostri stessi genitori, creandoci come vogliamo, e con la nostra scelta dandoci la forma che vogliamo» (VS 71).
Un giorno saremo non solo il prodotto dell’atto creativo iniziale di Dio e dell’elezione che è all’origine della nostra storia di alleanza con lui ma saremo anche il risultato della nostra cooperazione – positiva o negativa – alla creazione e della nostra risposta – fedele o infedele – all’alleanza. Siamo e saremo non solo come Dio ci ha fatti, ma anche come noi ci siamo fatti. La nostra vera felicità è essere noi stessi davanti a Dio poiché è Lui che ci fa scoprire chi siamo veramente, è Lui che con la sua Parola tocca le fibre più profonde del nostro essere e dà piena cittadinanza per essere veramente quello che siamo. «Non abbiate paura a costruire la vostra vita nella Chiesa e con la Chiesa. Non abbiate paura di puntare tutto su Cristo! Abbiate nostalgia di Cristo, come fondamento della vita! Accendete in voi il desiderio di costruire la vostra vita con Lui e per Lui! Perché non può perdere colui che punta tutto sull’amore crocifisso del Verbo incarnato» (Benedetto XVI, Cracovia, 27 maggio 2006). «Abbiamo bisogno di uomini che tengano lo sguardo dritto verso Dio, imparano da lì la vera umanità. Soltanto attraverso uomini che sono toccati da Dio, Dio può far ritorno presso gli uomini» (J. Ratzinger, Subiaco, 2 aprile 2005).
«Nudo, disteso sulla terra Francesco sollevò la faccia al cielo, totalmente intento a quella gloria celeste… Disse ai frati guardando il cielo: “Io ho fatto la mia parte: la vostra, Cristo ve la insegni”» (Fonti Francescane, Leggenda Maggiore, XIV, 3).
11 marzo 2015

