Conclusa a Bruxelles la VI Conferenza sulla Siria

Russel (Unicef): «Quasi il 90% delle persone nel Paese vive in povertà. Più di 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza urgente». Avsi: «Non è più efficace rispondere con misure d’emergenza»

Conclusa ieri, 10 maggio, la VI Conferenza di Bruxelles su “Sostenere il futuro della Siria e della regione”. Una due giorni di confronto e approfondimento aperta dall’intervento dell’Alto rappresentante Ue per la politica estera Josep Borrell, che ha annunciato l’ulteriore impegno della Commissione europea per 1 miliardo di euro per il 2022, che si unisce ai 560 milioni già stanziati per contribuire agli aiuti nel Paese. «Per il 2023 – ha assicurato – l’Unione europea fornirà lo stesso sostegno finanziario: 1,56 miliardi di euro. Sarà a beneficio dei siriani in Siria, dei rifugiati e delle comunità che li ospitano nella regione». Quindi, la precisazione: «Non finanzieremo la ricostruzione in Siria finché non ci sarà una vera transizione dei poteri. Sosteniamo gli sforzi dell’Onu per creare una spinta alle riforme politiche. Questo non è il tempo per normalizzare le relazioni con il regime siriano – ancora le parole di Borrell -. Nell’interesse stesso dei cittadini siriani, bisogna mantenere alta la pressione sul regime di Assad»

Alla Conferenza ha partecipato anche il direttore generale dell’Unicef Catherine Russell, evidenziando anzitutto che «la Siria oggi è uno dei posti più pericolosi al mondo per essere un bambino. Un’intera generazione sta lottando per sopravvivere – ha affermato -. Quasi il 90% delle persone in Siria vive in povertà. Più di 6,5 milioni di bambini hanno bisogno di assistenza urgente: il maggior numero di bambini siriani in difficoltà dall’inizio del conflitto». Nell’analisi di Russell, «11 anni di conflitto e sanzioni hanno avuto un impatto devastante sull’economia della Siria, riportando lo sviluppo indietro di 25 anni. La maggior parte dei sistemi e dei servizi di base da cui dipendono i bambini – salute, nutrizione, acqua e servizi igienici, istruzione e protezione sociale – sono stati ridotti all’osso». E le famiglie lottano per mettere il cibo in tavola: «Tra febbraio e marzo (quest’anno), il prezzo del paniere alimentare standard è aumentato di quasi il 24%. Quasi un terzo di tutti i bambini soffre di malnutrizione cronica. E l’impatto della guerra in Ucraina sui prezzi del cibo sta rendendo una brutta situazione ancora peggiore».

Comuni, ormai, gli attacchi alle infrastrutture civili. «Più di 600 strutture mediche, tra cui ospedali materni e infantili, sono state attaccate – ha ricordato il direttore generale Unicef -. Dall’inizio della guerra, abbiamo potuto verificare che quasi 13mila bambini sono stati uccisi o feriti ma sappiamo che la cifra è molto più alta». E ancora: «Un terzo di tutti i bambini in Siria ha mostrato segni di stress psicologico: ferite invisibili che possono durare tutta la vita». Lo stesso accade ai bambini fuggiti dalla guerra: circa 2,8 milioni di bambini (siriani) vivono ora in Giordania, Libano, Iraq, Egitto e Turchia. Più di 3 milioni di bambini siriani non vanno ancora a scuola. «Sappiamo che altre crisi che colpiscono i bambini stanno dominando i titoli dei giornali. Ma il mondo non deve dimenticare i bambini della Siria – il monito di Russelll -. Le loro vite sono altrettanto preziose e il loro futuro è altrettanto importante». Quindi, la richiesta che si arrivi alla «fine di questa lunga e infruttuosa guerra. Non ci può essere una soluzione militare a questa crisi. Solo la pace può evitare che i bambini della Siria diventino davvero una generazione perduta».

Arrivato a Bruxelles anche il documento sulla Siria preparato da Fondazione Avsi. «Rispondere alla crisi con strumenti d’emergenza non è più sufficiente – si legge nel testo -. Dobbiamo essere realistici e pragmatici: dobbiamo riconoscere che la risposta alla crisi con misure d’emergenza non è più efficace. Non possiamo più parlare solo di crisi siriana, dobbiamo riferirci a essa come a una crisi regionale, che coinvolge almeno due Paesi», vale a dire Siria e Libano. Al momento, denunciano dalla Fondazione, la crisi siriana è scivolata in un cono d’ombra ed è catastrofica: 14 milioni e 600mila persone hanno bisogno di aiuto umanitario, e tra questi sono 2 milioni e mezzo i bambini che non vanno a scuola. Quindi, indicano tre pilastri su cui realizzare progetti di sviluppo: «Salute, agricoltura ed educazione». L’obiettivo: coinvolgere autorità locali e società civile nella costruzione di «un nuovo tessuto sociale» e permettere «agli sfollati di rientrare, di ritrovare una nuova normalità in luoghi non più provvisori».

Per la Fondazione, ci sono poi altre questioni “trasversali”. Gli sfollati, anzitutto, «devono trovare risposte a lungo termine in zone di residenza non più temporanee; le autorità locali, i leader della comunità e della società civile devono essere coinvolti in tutte le fasi di progettazione e attuazione; il processo di ritorno in Siria, per quanto lento, dovrà essere monitorato e accompagnato con grande attenzione; la logica che contrappone chi accoglie a chi è accolto deve essere superata e, in situazioni di crisi come in Libano, è necessario trovare soluzioni che coinvolgano l’intera comunità residente per evitare il rischio di polarizzazione dei bisogni e l’emergere di conseguenti conflitti comunitari».

11 maggio 2022