Convegno diocesano, il rapporto Censis: «Benefica inquietudine» anche nei “lontani”

Nell’indagine curata da Elisa Manna, presentata nella seconda serata dell’assise, l’invito a trovare linguaggi nuovi per comunicare la fede

Nell’indagine curata da Elisa Manna, presentata nella seconda serata dell’assise, l’invito a trovare un linguaggio nuovo per comunicare la fede. Molti i segni di apertura

Riflettere sui modi e sui luoghi, ma soprattutto su un linguaggio nuovo per comunicare la fede. Lo ha suggerito Elisa Manna, curatrice del rapporto Censis, raccogliendo importanti segnali di apertura nelle risposte dei non cattolici. Innanzitutto c’è da sottolineare che «su 100 intervistati che si proclamano tali, il 38% si dichiara ateo convinto mentre il 43% sceglie la modalità “non credente-agnostico”, ridimensionando l’ateismo militante che la rappresentazione mediatica ci fa credere imperante».

Sono tante le forme tangibili di interesse per la fede: il 43% di non cattolici ha battezzato i figli e oltre il 30% gli farà fare la Prima Comunione, mostrando un’attenzione davvero significativa. Se infatti circa il 41% delle famiglie cattoliche «ammette di aver partecipato poco al cammino di preparazione della Prima Comunione del figlio», «quasi il 40% dei “lontani” si è preparato discutendo in casa le tematiche affrontate durante il catechismo» e un genitore su quattro dichiara di scegliere l’insegnamento della religione cattolica per dare un’educazione morale ai propri figli. Chiari segnali che rivelano il bisogno sommerso di un senso più grande. Manna ha parlato a questo proposito di una «benefica inquietudine».

Lo evidenzia, ad esempio, il fatto che oltre la metà dei non cattolici romani intervistati sente che le ideologie non bastano all’uomo, dichiara di essersi allontanato dalla Chiesa perché si è sentito abbandonato ed è disponibile a interagire con gruppi di cattolici capaci di rimetterlo in discussione senza però voler indottrinare. «Dietro a queste benefiche inquietudini – ha osservato la ricercatrice del Censis, che ha dedicato oltre un anno alla realizzazione dello studio – c’è qualcosa di più da intercettare, forse la delusione e il senso di vuoto successivi alla crisi strutturale delle ideologie di ogni tipo. Una disponibilità da raccogliere, un campo fertile per la Chiesa su cui lavorare e impegnarsi».

Un ulteriore aspetto evidenziato dalla ricerca, infine, è il ruolo della madre come principale “attrice” della trasmissione valoriale (59,6%). «Questo dato – ha chiosato Elisa Manna – pone all’attenzione di tutti noi il fatto che una comprensione profonda del “femminile” nella società contemporanea, di come è cambiata la condizione e l’identità della donna, diventa essenziale per attivare percorsi di rinascita spirituale».

16 giugno 2015