Coronavirus, i vescovi: «L’emergenza richiede senso di responsabilità e unità»

Il Messaggio del Consiglio episcopale permanente alle comunità cristiane in tempo di pandemia, di cui propone una lettura biblico-sapienziale. Il contributo dei cattolici: la testimonianza dell'Amore

Prende le mosse dalle parole di Paolo ai Romani il messaggio indirizzato dal Consiglio episcopale permanente della Cei alle comunità cristiane in tempo di pandemia: «Siate lieti nella speranza, costanti nella tribolazione, perseveranti nella preghiera». E proprio speranza e consolazione sono i sentimenti che i vescovi provano a offrire, «in questo tempo che rattrista i cuori», ai componenti della comunità cristiana ma anche «alle sorelle e ai fratelli credenti di altre confessioni cristiane e di tutte le religioni, alle donne e agli uomini tutti di buona volontà».

Il messaggio, datato 22 novembre, arriva nel pieno della nova ondata planetaria di contagi da Covid-19, che vede l’Italia, «insieme a molti altri Paesi», affrontare «grandi limitazioni nella vita ordinaria della popolazione» e sperimentare «effetti preoccupanti a livello personale, sociale, economico e finanziario». In questa situazione, «le Chiese in Italia stanno dando il loro contributo per il bene dei territori, collaborando con tutte le istituzioni, nella convinzione che l’emergenza richieda senso di responsabilità e di unità: confortati dal magistero di Papa Francesco – si legge nel messaggio -, siamo certi che per il bene comune occorra continuare in questa linea di dialogo costante e serio».

I vescovi parlano di «tempo di tribolazione», descrivendo una situazione che si protrae da mesi e che «crea smarrimento, ansia, dubbi e, in alcuni casi, disperazione». Proprio per questo ,«un pensiero speciale, di vicinanza e sostegno, va in particolare a chi si occupa della salute pubblica, al mondo del lavoro e a quello della scuola che attraversano una fase delicata e complessa: da qui passa buona parte delle prospettive presenti e future del Paese». Eppure, rimarcano, «anche in questo momento la Parola di Dio ci chiama a reagire rimanendo saldi
nella fede, fissando lo sguardo su Cristo per non lasciarci influenzare o, persino, deprimere dagli eventi. Se anche non è possibile muoversi spediti, perché la corrente contraria è troppo impetuosa – proseguono -, impariamo a reagire con la virtù della fortezza: fondati sulla Parola, abbracciati al Signore roccia, scudo e baluardo, testimoni di una fede operosa nella carità, con il pensiero rivolto alle cose del cielo, certi della risurrezione».

Nell’analisi proposta dal Consiglio episcopale permanente, l’evidenza delle «inequità» che si sono create in questa pandemia. «Dobbiamo, singolarmente e insieme, farcene carico perché nessuno si senta isolato», è l’esortazione. «Questo tempo difficile, che porta i segni profondi delle ferite ma anche delle guarigioni – proseguono i presuli -, vorremmo che fosse soprattutto un tempo di preghiera». A volte con i connotati dello sfogo, a volte come «invocazione della misericordia»; come richiesta per noi stessi, per i nostri cari, per le persone più vulnerabili oppure, «davanti al mistero della morte», come professione di fede. In ogni caso, al centro delle preghiere individuali e comunitarie, ci saranno le diverse condizioni di molte famiglie, per le quali questo «tempo sospeso» rischia di «alimentare fatiche e angosce, specialmente quando si acuiscono le tensioni tra i coniugi, per i problemi relazionali con i figli, per la mancanza di lavoro, per il buio che si prospetta per il futuro».

L’auspicio è che «le autorità civili le sostengano, con grande senso di responsabilità ed efficaci misure di vicinanza, e che le comunità cristiane sappiano riconoscerle come vere Chiese domestiche, esprimendo attenzione, sostegno, rispetto e solidarietà». Valorizzando le «ristrettezze» che riguardano anche celebrazioni liturgiche e incontri comunitari come «opportunità per accrescere e qualificare i momenti di preghiera nella Chiesa domestica; per riscoprire la bellezza e la profondità dei legami di sangue trasfigurati in legami spirituali». In questo senso, l’invito è a «favorire alcune forme di raccoglimento, preparando anche strumenti che aiutino a pregare in casa».

Dai vescovi del Consiglio episcopale permanente infine ancora un invito a evitare il “si salvi chi può” da cui anche Papa Francesco mette in guardia nella Fratelli tutti, che «si tradurrà rapidamente nel “tutti contro tutti”, e questo sarà peggio di una pandemia». Ai cristiani, il compito di portare «il contributo della fraternità e dell’amore appresi alla scuola del Maestro di Nazareth, morto e risorto». Rispondendo ai «segni di morte» che «si impongono attraverso i mezzi di informazione» con «segni di risurrezione sono spesso nascosti ma reali ancor più di prima». Quegli «innumerevoli gesti di dedizione e generosità, di solidarietà e amore, da parte di credenti e non credenti», che sono «frutto dello Spirito. Vi riconosciamo i segni della risurrezione di Cristo, sui quali si fonda la nostra fiducia nel futuro». Al centro della nostra fede, prosegue ancora la riflessione dei vescovi, c’è la Pasqua, «cioè l’esperienza che la
sofferenza e la morte non sono l’ultima parola ma sono trasfigurate dalla risurrezione di Gesù. Ecco perché riteniamo che questo sia un tempo di speranza. Non possiamo ritirarci e aspettare tempi migliori ma continuiamo a testimoniare la risurrezione, camminando con la vita nuova che ci viene proprio dalla speranza cristiana». Un invito, questo, rivolto in particolare agli operatori della comunicazione: «Tutti insieme impegniamoci a dare ragione della speranza che è in noi».

Nelle parole dei presuli infine l’omaggio all’«eccezionale risveglio di creatività» di cui stanno dando prova «le comunità, le diocesi, le parrocchie, gli istituti di vita consacrata, le associazioni e i movimenti, i singoli fedeli». Citano le «nuove forme di annuncio anche attraverso il mondo digitale», adatte al tempo della crisi e non solo, ma anche «azioni
caritative e assistenziali più rispondenti alle povertà di ogni tipo: materiali, affettive,
psicologiche, morali e spirituali». E ricordano l’impegno di presbiteri, diaconi, catechisti, religiosi e religiose, operatori pastorali e della carità accanto alle persone più fragili ed esposte: «Gli anziani e gli ammalati, spesso prime vittime della pandemia; le famiglie provate dall’isolamento forzato, da disoccupazione e indigenza; i bambini e i ragazzi disabili e svantaggiati, impossibilitati a partecipare alla vita scolastica e sociale; gli adolescenti, frastornati e confusi da un clima che può rallentare la definizione di un equilibrio psico-affettivo mentre sono ancora alla ricerca della loro identità».

Nonostante le «immani difficoltà», concludono i vescovi, «ci sembra di intravedere la dimostrazione che stiamo vivendo un tempo di possibile rinascita sociale. È questo il migliore cattolicesimo italiano, radicato nella fede biblica e proiettato verso le periferie esistenziali, che certo non mancherà di chinarsi verso chi è nel bisogno, in unione con uomini e donne che vivono la solidarietà e la dedizione agli altri qualunque sia la loro appartenenza religiosa». A ogni cristiano dunque è chiesto «un rinnovato impegno a favore della società lì dove è chiamato a operare», ricordando che «dalla carità passa la prima e vera testimonianza del Vangelo». Questo, osservano, è «il contributo dei cattolici per la nostra società ferita ma desiderosa di rinascere. Per noi conta testimoniare che l’unico tesoro che non è destinato a perire e che va comunicato alle generazioni future è l’amore, che deriva dalla fede nel Risorto.
Noi crediamo che questo amore venga dall’alto e attiri in una fraternità universale ogni donna e ogni uomo di buona volontà».

24 novembre 2020