Coronavirus, morto lo scrittore cileno Luis Sepulveda
70 anni, era ricoverato da fine febbraio. A maggio avrebbe dovuto partecipare al festival della piccola e media editoria “Più libri più liberi”, annullato
Si è spento questa mattina, 16 aprile, a Oviedo, in Spagna, il capoluogo delle Asturie dove viveva dal 1996, lo scrittore cileno Luis Sepulveda. 70 anni, era ricoverato per infezione da Covid-19 dalla fine di febbraio. All’orgine del contagio, probabilmente, la partecipazione a un festival letterario in Portogallo. Un altro festival avrebbe dovuto riportarlo a Roma nel mese di maggio: “Più libri più liberi”, la rassegna della piccola e media editoria, annullata proprio a motivo della pandemia.
Avrebbe dovuto parlare di “Coraggio”, al festival romano, lui che di coraggio è vissuto, da combattente, arrestato due volte e condannato all’esilio durante la dittatura di Pinochet, impastandone i suoi racconti e il suo modo di raccontare. Un tutt’uno con la vita. Nemico del neoliberismo, ecologista convinto, Sepulveda aveva riottenuto la cittadinanza cilena nel 2017 ma la sua vita è rimasta come sospesa tra l’America Latina a cui apparteneva e l’Europa in cui aveva trovato rifugio al tempo della persecuzione. Durante la presidenza di Salvador Allende si era iscritto al Partito Socialista ed era entrato a far parte della guardia personale del presidente cileno. Arrestato nel 1973 dopo il colpo di stato con cui si era instaurata la dittatura di Pinochet, era stato liberato sette mesi dopo per le pressioni di Amnesty International ma un nuovo arresto lo aveva condannato all’esilio. Nel 1979 in Nicaragua si era unito alle Brigate Internazionali Simon Bolivar. Dopo la fine della rivoluzione si era stabilito nel vecchio continente, prima ad Amburgo e poi in Francia, per approdare infine in Spagna.

Cantore della lotta eterna tra bene e male, ne aveva intessuto le sue favole, a cominciare dalla “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”, del 1997 – nata, come le successive, pensando ai suoi nipoti, gli ultimi arrivati di una grande famiglia fatta crescere insieme alla moglie Carmen Yáñez, poetessa cilena e grande amore della sua vita -, per continuare coi tanti romanzi nei quali trame avventurose e personaggi coloriti trasudano dei suoi ideali. Quelli per cui aveva lottato e che consegnava alle pagine dei libri come un respiro. Come un’eredità. «Delle mie favole – aveva detto all’Ansa – sono sempre protagonisti animali e questo, come accadeva in quelle antiche, ti permette di vedere da lontano il comportamento umano per comprenderlo meglio».
E dell’uomo e dei suoi limiti, oltre che delle sue infinite possibilità, era conoscitore e narratore. Un cantastorie, capace di affabulare con una lingua semplice, sintetica. Con il racconto della realtà, senza finzione e senza pathos. A portarlo alla ribalta della scena internazionale, “Il vecchio che leggeva romanzi d’amore”, dedicato a Chico Mendes, pubblicato in Italia nel 1993. Nelle pagine del libro, la prima parte della sua intensa vita “regalata” ai lettori: i 7 mesi trascorsi nella foresta amazzonica con gli indios Shuar, quando si era unito a una missione dell’Unesco, nel 1977 – espulso dal Cile dopo due anni e mezzo di carcere – per studiare l’impatto della civiltà sulle popolazioni native. E così via di romanzo in romanzo, da “Il mondo alla fine del mondo” – con al centro la militanza con Greenpeace, a cui si era unito negli anni ’80 – a “La frontiera scomparsa”, che “racconta” la militanza politica attraverso il cammino di un cileno che ritrova la libertà dalle prigioni di Pinochet, attraversando il Sud America fino a raggiungere la Spagna.
Una scelta linguistica, la sua, all’insegna dell’essenzialità e della leggerezza. Confermata e rinnovata un romanzo dopo l’altro, un racconto dopo l’altro, una conferenza dopo l’altra. Fino a “La fine della storia”, come recita il titolo dell’ultimo romanzo pubblicato in Italia da Guanda nel 2016.
16 aprile 2020

