Covid: il dolore dei medici, tra sguardi e vite spezzate

Il racconto e le emozioni di Ruggieri (San Giovanni-Addolorata) e Antonelli (Gemelli). «Senza i cappellani, difficile affrontare alcune giornate»

L’ultimo sguardo incrociato dalle vittime del Covid-19 è stato quello degli operatori sanitari. Uomini e donne che sono rimasti accanto alle oltre 103mila persone la cui vita è stata stroncata dal virus e per le quali l’Italia si è fermata il 18 marzo, nella Giornata nazionale in memoria delle vittime dell’epidemia di coronavirus. Tra questi, circa 400 camici bianchi. Nei reparti ospedalieri è un caleidoscopio di emozioni. Le testimonianze di chi è stato ed è ancora in prima fila, in quella che dai numeri è una vera e propria guerra, sono simili tra loro perché identici sono gli stati d’animo. Al termine di estenuanti turni di lavoro, predominano sconforto, solitudine, tristezza, stanchezza, paura. Ma anche la «riscoperta di apprezzare le piccole cose del quotidiano».

Un’abnegazione che ha convinto Oslo ad accettare la candidatura di infermieri e medici italiani al premio Nobel per la Pace 2021. Una gratifica che fa gioire Maria Pia Ruggieri, che dirige il reparto del Pronto soccorso e medicina di urgenza dell’ospedale San Giovanni-Addolorata. «Che bello – dice -. Significa che c’è stima per gli operatori sanitari che si sono ritrovati ad affrontare uno tsunami. Nessuno era preparato e la tensione è costante». Non solo dedizione ai malati ed empatia per i familiari che non sempre hanno avuto il tempo di salutare i loro cari, ma anche preoccupazione per genitori, mogli e figli che li attendevano a casa. Per tutelare i parenti alcuni operatori sanitari hanno deciso di “trasferirsi” temporaneamente in bed e breakfast, altri si sono ingegnati per evitare che il virus entrasse tra le pareti domestiche. Ruggieri, mamma di due gemelli di 16 anni, tutt’oggi quando rincasa si cambia sul pianerottolo e anche se ha fatto il vaccino mantiene «alta l’attenzione e il distanziamento fisico». Accortezze simili le ha adottate Massimo Antonelli, direttore del Dipartimento emergenze, anestesia e rianimazione del Policlinico Agostino Gemelli, che ha riabbracciato il figlio solo a Natale.

Ruggieri, al San Giovanni dal 1998, non nega che in qualche occasione ha pensato «di abbandonare tutto ma è stata una frazione di secondo, hanno vinto la passione e il senso di responsabilità verso i pazienti e il senso di appartenenza alla categoria di medici e infermieri» che, nel pieno della terza ondata di contagio, con i reparti ancora pieni di malati, «continuano a farsi forza l’uno con l’altro con una resilienza pazzesca». Antonelli si sofferma sul «cameratismo» degli specializzandi contrattualizzati per coprire i turni di lavoro, i quali «non si sono risparmiati». Nel team, a dare conforto, «sono entrati a pieno titolo i cappellani ospedalieri – dice Ruggieri – senza i quali sarebbe stato difficile affrontare alcune giornate». Come quella in cui una paziente anziana è deceduta prima che il personale sanitario riuscisse a contattare i familiari. Immediato il pensiero di Ruggieri alla sua mamma residente in una regione del sud Italia. Le è sembrato «innaturale e crudele» che la vita di una persona anziana potesse essere «spezzata lontana dai propri affetti. Il Covid ha creato un distanziamento fisico anche nella morte».

Antonelli non nasconde la commozione parlando del «desiderio di essere utili» e degli sforzi fatti per permettere ai pazienti «di interfacciarsi con il mondo esterno. Stringendo loro le mani
si è cercato di supplire agli affetti familiari, indugiando più del solito al capezzale dei malati, e attraverso le videochiamate si è tentato di attenuare l’isolamento». Difficile il rapporto con i familiari dei degenti, anche questo «basato sul contatto telefonico – spiega Antonelli -. È stato gravoso comunicare cattive notizie cercando di modulare la voce, impossibilitati a confortare con un abbraccio e, in alcuni casi, la non accettazione della gravità della situazione ha creato tensioni».

Medico da 40 anni, Antonelli confessa che «non ci si abitua mai all’idea di perdere un paziente per il quale si è fatto di tutto. Il momento di dolore assoluto arriva quando si è lottato strenuamente e non è bastato, molte vittime del Covid sono giovani». I giorni buoni sono quelli in cui «imprevedibilmente migliorano le condizioni di salute di un paziente per il quale si erano perse le speranze», aggiunge Maria Pia Ruggieri. Antonelli ricorda infine un paziente il cui quadro clinico era «tanto grave da arrivare alla circolazione extracorporea. Ha una serra dove coltiva piante officinali e quando è stato dimesso ha donato decine di casse con erbe freschissime. Un riconoscimento prezioso per tutti noi».

22 marzo 2021