Cutro, un anno dopo. «Serve un cambio di rotta sulle politiche migratorie»

L’appello del terzo settore al mondo della politica a un anno dal tragico naufragio sulle coste calabresi che costò la vita a 94 persone, tra cui 35 minori

94 morti, di cui 35 minori. Era il 26 febbraio di un anno fa, quando sulle coste di Steccato di Cutro, in provincia di Crotone, un’imbarcazione sulla quale viaggiavano circa 200 migranti si spezzò a pochi metri dalla riva. «”Neanche più un morto nel Mediterraneo”, si disse a seguito di un’altra tra le più grandi tragedie consumatasi davanti alle coste italiane, a Lampedusa, il 3 ottobre 2013. Da allora oltre 28mila persone sono morte in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa per chiedere asilo e protezione. Più di 2.500 le vittime nel Mediterraneo nel 2023. Un numero impressionante di bambini, donne e uomini, relegati troppo spesso all’oblio della nostra indifferenza», si legge in una nota del Centro Astalli. A un anno da quella strage, il mondo delle associazioni si interroga su come fare memoria e ancora una volta su come si possano evitare in futuro tali tragedie.

«A un anno dalla strage di Cutro in cui morirono circa 100 migranti, organizzazioni di Terzo settore e società civile sono in questi giorni assieme ai superstiti e ai famigliari dei naufraghi su quei luoghi di dolore e rabbia, dopo aver offerto loro supporto a seguito della tragedia – così Vanessa Pallucchi, portavoce del Forum, commentando l’iniziativa della Rete 26 febbraio che in questi giorni ha organizzato eventi e celebrazioni per ricordare la strage di Cutro -. Queste realtà sono quelle che soccorrono le persone in pericolo di vita al largo delle nostre coste, praticano quotidianamente l’accoglienza e promuovono l’integrazione dei migranti nei nostri territori, mantenendo vivo quel senso di umanità che troppe volte in questi anni abbiamo visto spegnersi di fronte a migliaia di vittime di viaggi disperati. Alle istituzioni continuiamo a chiedere un cambio di rotta nelle politiche migratorie a cui finora non abbiamo assistito, un approccio integrato che unisca il rafforzamento del soccorso in mare e la costruzione di un sistema serio di accoglienza e integrazione nel nostro Paese. Ribadiamo inoltre la necessità di agire in modo efficace alla radice del fenomeno migratorio, facendo leva sul grande contributo che in questo senso può dare la cooperazione allo sviluppo», conclude Pallucchi.

«Oggi sulla spiaggia di Cutro giace un altro relitto: sono le promesse naufragate dell’Europa dopo la tragedia di un anno fa. Sono i principi stessi di libertà, dignità e giustizia, divelti e abbandonati alla deriva, o condannati a incagliarsi nelle secche delle nostre coscienze assuefatte», così invece don Luigi Ciotti, presidente Libera e Gruppo Abele. «Ciò su cui la nostra democrazia si fonda, ormai affonda. Affonda insieme alle imbarcazioni di migranti che hanno continuato a naufragare senza fare notizia: l’Onu parla di una media di quattro morti al giorno nel Mediterraneo, negli ultimi due mesi. Affonda insieme alle verità che non si riescono a trovare, perché dopo un anno ancora ignoriamo se quelle persone si sarebbero potute salvare, e chi ha deciso di non farlo. Affonda insieme alle attese dei famigliari e degli amici delle vittime: alcuni di loro avrebbero voluto tornare a Cutro a ricordare i compagni di viaggio scomparsi, ma sono bloccati senza passaporto in Germania, con vite ancora precarie, appese ai tempi della burocrazia».

Un anno fa «l’Italia intera si è commossa per il destino tragico di uomini, donne e bambini che cercavano scampo da guerre e persecuzioni, ma sono morti a poche decine di metri dalla nostra costa – continua don Ciotti -. C’è stato persino un decreto col nome di questa località della Calabria: misure descritte a garanzia di maggiore sicurezza in mare, e che invece come sempre puntavano a proteggere i confini più che le vite umane». Per il presidente di Libera, «c’è una gigantesca ipocrisia, nelle politiche italiane ed europee sull’immigrazione: da un lato ci si appella al diritto, dall’altro si calpestano i diritti. Si mortifica lo sforzo di chi, nell’assenza di un intervento pubblico via via smantellato, presidia le acque del Mediterraneo per salvare le persone in pericolo. Mentre le ong sono accusate di agevolare il traffico di migranti, si scende a patti con Paesi dittatoriali che in quel traffico sono direttamente coinvolti, traendone profitto su due fronti: quello legale degli accordi con l’Occidente, quello illegale degli affari con le mafie».

Ancora: «Bisogna muoversi, fare uno scatto avanti concreto: cambiare le leggi, punire non i disperati ma chi approfitta della loro disperazione – conclude don Ciotti -. Le emozioni innescate da un dramma come quello di Cutro devono diventare azioni incisive e lungimiranti. Non interventi spot, non occasione di facile propaganda.Questo ci chiedono le vittime di Cutro e di tutti i naufragi senza nome. Questo ci chiede il residuo di umanità e giustizia che sopravvive fra noi cittadini d’Italia e d’Europa, dopo decenni di messaggi disumani e pratiche profondamente ingiuste».

Al naufragio di Steccato di Cutro, l’Arci ha dedicato un documento che riassume i fatti di base e gli effetti del cosiddetto decreto Cutro. «È bene ricordare che il governo presieduto da Giorgia Meloni si riunì il 9 marzo a Cutro per intervenire con un decreto legge che venne approvato in quella sede, a pochi metri dalla strage del 26 febbraio, e non andò a rendere omaggio alle bare delle vittime, né tanto meno a esprimere solidarietà ai familiari e ai superstiti – si legge in una nota dell’Arci -. Una scelta vergognosa, in coerenza con la volontà di sottrarre umanità a chi arriva in Italia in fuga da guerre e persecuzioni, da violenze e conflitti, per rendere accettabili scelte che altrimenti sarebbero assurde, oltre che ingiuste e fatte contro l’interesse dello Stato. La disumanizzazione di queste persone, è bene ricordarlo in gran parte afghane, rende ancora più inaccettabile ogni discorso pubblico sull’immigrazione e ogni intervento legislativo».

«A un anno da quella tragica notte in cui, a pochi metri dalla spiaggia di Steccato di Cutro, persero la vita 94 migranti, di cui 35 bambini, noi non dimentichiamo e continuiamo a chiedere che le indagini facciano finalmente giustizia». Lo afferma la segretaria confederale della Cgil Maria Grazia Gabrielli. «In questi dodici mesi – ricorda la dirigente sindacale – altre donne, uomini e bambini sono morti, nei nostri mari, inseguendo la speranza di una vita migliore, lontana da guerre, persecuzioni, devastazioni ambientali, povertà». Per Gabrielli, «il cosiddetto decreto Cutro ha aggravato la condizione perché, come i tanti interventi legislativi che si sono susseguiti, considerano la migrazione come una condizione di criminalità. E dinanzi ad un fenomeno strutturale si continua a invocare l’emergenza, invece di iniziare a considerare la presenza degli immigrati una ricchezza per tutto il Paese. Queste politiche migratorie, contro i diritti umani, vanno cambiate radicalmente in favore di misure volte a creare un vero sistema di accoglienza, corridoi umanitari e condizioni regolari di ingresso. Inoltre – conclude la segretaria confederale – occorrono politiche volte a rafforzare i diritti di cittadinanza di tutti coloro che già vivono in Italia».

26 febbraio 2024