Da Rebibbia a San Pietro per il Giubileo dei carcerati

Don Guernieri, coordinatore dei cappellani del carcere: «Pronti dopo un cammino di riflessione sulla misericordia. Siamo in cerca di speranza»

Don Guernieri, coordinatore dei cappellani del carcere: «Pronti dopo un cammino di riflessione sulla misericordia. Siamo in cerca di speranza»

«Nelle cappelle delle carceri potranno ottenere l’indulgenza, e ogni volta che passeranno per la porta della loro cella, rivolgendo il pensiero e la preghiera al Padre, possa questo gesto significare per loro il passaggio della Porta Santa». Scriveva così, Papa Francesco, all’arcivescovo Rino Fisichella, per sottolineare la volontà di rendere il Giubileo della Misericordia occasione, per tutti i detenuti, di «trasformare le sbarre in esperienza di libertà». Verranno resi noti oggi, giovedì 3 novembre, i numeri della giornata dedicata agli ospiti delle Carceri di tutto il mondo.

Il Giubileo dei carcerati, fortemente voluto dal papa, si celebrerà nella Basilica di San Pietro domenica 6 novembre. Alle nove del mattino un momento con alcune testimonianze di persone recluse, alle 9.30 il rosario in preparazione alla Messa che sarà presieduta da Francesco alle 10. A mezzogiorno l’appuntamento in piazza per la preghiera dell’Angelus. Saranno una ventina i detenuti di Rebibbia che si recheranno a San Pietro, «siamo ancora in attesa che ci comunichino i nominativi, ma tutto è pronto» dice al telefono don Roberto Guernieri, il coordinatore dei cappellani del Nuovo Complesso maschile.

Tra i detenuti è ancora vivo il ricordo dell’aprile del 2015, quando Francesco decise di passare il Giovedì Santo con i carcerati di Rebibbia. «Non c’era niente di scontato in quella visita, il Papa – ricorda don Roberto – ha parlato, occhi negli occhi, con molti di loro, ha voluto conoscere le storie, le angosce e le speranze di chi abita questo luogo di disperazione. Il fatto che abbia voluto dedicare, ancora una volta, una giornata ai detenuti ci riempie di gioia».

Si sono preparati con lo studio e con la preghiera a questo speciale Giubileo, «abbiamo portato avanti diverse riflessioni sull’importanza della misericordia, su come chiederla, ottenerla e, cosa non meno importante, conservarla». È forse questa la cosa più difficile dietro le sbarre, aggiunge don Roberto: «essere capaci di mantenersi misericordiosi. E per farlo c’è solo la via che passa attraverso la richiesta, sincera, di perdono. In molti, nelle nostre Messe, pregano per questo: chiedono perdono alle persone cui hanno fatto del male. È questa la grazia più grande qui dentro».

La «vera misura del tempo – ha scritto il Papa ai detenuti di Velletri – si chiama speranza», ma «quanto è difficile mantenere accesa questa luce – riflette don Roberto –. Fanno tantissima fatica, vengono da situazioni di difficoltà enormi, infanzie distrutte passate ai margini di una strada, negli orfanotrofi. In molti di loro erano soli quando hanno varcato la soglia del carcere e lo saranno ancora di più quando avranno finito di scontare la pena». Una volta usciti «troveranno indifferenza e poca compassione. Il reinserimento in società è davvero difficile anche per colpa di quei tanti cristiani che non sono in grado di accogliere questi fratelli che hanno sbagliato».

«Noi cappellani cerchiamo di ascoltarli
, accompagnarli dentro e fuori, prendendo in carico la loro disperazione, mantenendo viva la speranza». Ma sono davvero tanti; come tante altre carceri italiane, anche a Rebibbia si vive in una situazione di sovraffollamento. Ci sono 600 detenuti in più rispetto a quelli che può contenere. «Nonostante ciò, in carcere si è soli. Per questo è importante stare dentro alla struttura, respirare la loro stessa aria, condividere gioie e angosce, camminare al loro fianco».

 

3 settembre 2016