Dal Bambino Gesù la guida contro l’annegamento
40 ogni anno le vittime tra i bambini. Le indicazioni degli esperti, in vista della Giornata mondiale per la prevenzione, il 25 luglio: sorveglianza e rispetto delle regole
L’Ospedale pediatrico Bambino Gesù torna a spendersi per un’estate sicura, puntando i riflettori sui rischi legati agli incidenti in mare. In particolare, in vista della Giornata mondiale per la prevenzione dell’annegamento del 25 luglio, istituita dalle Nazioni Unite, gli esperti forniscono le indicazioni per ridurre al minimo i rischi di annegamento, che ogni anno in Italia conta circa 400 vittime, il 10% delle quali – circa 40 – minori.
Nei Pronto soccorso del Bambino Gesù negli ultimi 10 anni sono arrivati circa 80 bambini e ragazzi vittime di incidenti di balneazione. In particolare, in quelli delle sedi del Gianicolo e di Palidoro negli ultimi 10 anni (2014-2023) ci sono stati 76 accessi per annegamento non fatale. Di questi, 69 hanno poi richiesto un ricovero urgente. Quasi la metà degli accessi (36 su 76) sono avvenuti negli ultimi 3 anni.
Secondo i dati sulle cause di mortalità pubblicati dall’Istat, in 10 anni in Italia sono morte 3.760 persone per annegamento. Di questi, 429 erano bambini e ragazzi (43 circa ogni anno). Nel Lazio la media di decessi per annegamento è stata di 16 l’anno. In tutto il centro Italia sono morti 55 minori, tra il 2012 e il 2021. Secondo il rapporto pubblicato dall’Osservatorio per lo sviluppo di una strategia nazionale di prevenzione degli annegamenti e incidenti in acque di balneazione dell’Istituto Superiore di Sanità, ogni anno in Italia si registrano 800 ospedalizzazioni per annegamento, circa 60mila salvataggi (solo sulle spiagge) e più di 600mila interventi di prevenzione da parte dei bagnini.
Davanti a questi numeri, Sebastian Cristaldi, responsabile del Dea II Livello del Bambino Gesù di Roma, spiega che sorveglianza, prevenzione e rispetto delle regole sono i 3 fattori più importanti per evitare pericolosi incidenti». Eliminare dunque gli accessi in acqua non controllati, tenendo chiuse porte e cancelli che portano direttamente al mare o in piscina. Laddove non siano presenti, installare barriere che impediscano l’accesso ai bambini non accompagnati. Ancora, coprire la piscina con l’apposito telo nei periodi dell’anno in cui non viene utilizzata. Controllare la temperatura dell’acqua. Queste le prime indicazioni.
Importante anche l’uso di supporti come braccioli e ciambelle che aiutino i piccoli a restare a galla, ma soprattutto far prendere loro familiarità con l’acqua fino dai primi mesi di vita, in modo che possano iniziare corsi di nuoto già a partire dai 3 anni. «La forma di prevenzione più efficace quando si parla di bambini resta comunque la sorveglianza – dice ancora Cristaldi -. Sorveglianza però non vuol dire solo non perdere mai d’occhio i bambini quando sono vicini o dentro l’acqua, vuol dire anche stargli vicini in modo da poter intervenire tempestivamente in caso di imprevisti. Basta un minuto di distrazione, come una breve telefonata al cellulare, per perdere di vista il bambino che, immergendosi, non riesce a chiedere aiuto».
Nei primi 3 anni di vita infatti un bambino può trovarsi in difficoltà anche in pochi centimetri d’acqua, come quelli di una vasca da bagno o di una piccola piscina gonfiabile, rimarcano gli esperti del Bambino Gesù. Almeno fino a 5-6 anni di vita, al mare o in piscina, deve esserci sempre la presenza del genitore in acqua. Anche i bambini più grandi non debbono comunque essere persi di vista perché possono essere trascinati sott’acqua da un’onda o da una risacca.
Fondamentale il rispetto delle regole, sul quale gli adulti sono chiamati a dare il buon esempio. «Non si può fare il bagno ovunque ci sia l’acqua: fiume, lago, mare – sono ancora le parole di Cristaldi -. Ci sono delle regole indicate da apposite segnaletiche che vietano la balneazione in determinati posti. Queste limitazioni sono state fatte per una questione di sicurezza. E vanno rispettate. Anche dagli adulti e soprattutto in presenza di bambini che imparano spesso per processi di imitazione. Se un adulto rispetta le regole, anche il bambino lo farà». Anche in casi di familiarità con l’elemento acquatico, non è detto che i più piccoli ne conoscano bene i rischi. Per questo è importante il rispetto della segnaletica, con una cartellonistica possibilmente realizzata in modo da risultare immediatamente comprensibile anche i bambini più piccoli e anche da un punto di vista stilistico e cromatico.
Davanti a un episodio di annegamento, comunque, «è fondamentale intervenire con prontezza, lanciando in acqua qualsiasi oggetto galleggiante a cui il bambino possa aggrapparsi – è l’indicazione che arriva dagli esperti dell’ospedale pediatrico -. Il soccorso in acqua va fatto da abili nuotatori, perché diversamente si metterebbe in pericolo anche la stessa vita del soccorritore». Una volta che si è riusciti a portare il bambino a riva, «se le condizioni generali sono buone può essere messo in posizione seduta e invitato a tossire. Se invece ha segni di asfissia, bisogna chiedere aiuto a qualcuno in grado di liberargli prontamente le vie respiratorie da qualunque cosa possa ostruirle (vomito, sabbia o alghe), effettuando anche, se necessario, la respirazione bocca a bocca». Se il bambino non si riprende, è privo di coscienza, non respira o non si riesce a sentirne il polso, «bisogna immediatamente chiedere l’intervento di persone professionalmente qualificate e in grado di praticare le necessarie manovre di rianimazione cardiopolmonare».
22 luglio 2024

