Dalla Siria, «rischio concreto» di un esodo in Iraq

Allertati i centri Caritas al confine. Possibile il movimento di 250mila persone in fuga dalla guerra, «se venissero aperte le frontiere, ora chiuse»

«Siamo molto preoccupati. Al momento la situazione è di relativa calma ma stiamo predisponendo eventuali programmi di aiuto per tutte quelle famiglie siriane che dovessero arrivare in Iraq a causa dell’operazione militare turca “Fonte di Pace”, in corso oramai dal 9 ottobre». Dal Kurdistan iracheno a parlare è Nabil Nissan, direttore Caritas Iraq. In questi giorni è in giro tra Zakho, Dahuk, i centri più vicini ai confini con la Turchia e la Siria, ed Erbil, capitale del Kurdistan. Le notizie che giungono da queste zone riferiscono che l’Unhcr, l’Agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati, ha allestito un campo profughi vicino a Bardarash nella zona di Dahuk per accogliere i civili in fuga.

Oltre 800 i rifugiati siriani che sono arrivati nel campo dove sono state piantate tende e installate strutture idriche e sanitarie. Si tratta di aree già abitate da sfollati interni iracheni e che ora potrebbero tornare ad affollarsi di nuovo con l’arrivo di quelli siriani. «Almeno 130mila», secondo il governo del Kurdistan iracheno, quelli vicini alla frontiera, per ora chiusa, con l’Iraq. Qualora venisse aperta la stima delle persone in fuga salirebbe a 250mila. Numeri difficili da gestire senza adeguati aiuti internazionali. Il rischio che il Kurdistan si ritrovi ad affrontare da solo questo nuovo esodo non è da sottovalutare. «I nostri centri qui nel Kurdistan iracheno, nelle zone più vicine al confine sono in allerta – dice Nissan -, con l’aiuto di Caritas Germania stiamo predisponendo il necessario per farci trovare pronti qualora ci fosse un’emergenza umanitaria da fronteggiare. Abbiamo avviato contatti con le istituzioni locali a Zakho e nelle zone limitrofe per meglio concertare dei piani di aiuto». L’allerta riguarda anche altre strutture Caritas nella Piana di Ninive (Alqosh, Qaraqosh e Tel Uskuf), fino a Baghdad, Falluja, Saqlawia.

«La cosa più utile e auspicabile adesso sarebbe lo stop all’offensiva turca, pressando Erdogan con un’intensa attività diplomatica. Se non fosse possibile lo stop puntare ad una tregua, ad un cessate-il-fuoco», sottolinea Nissan. Poche ore dopo, l’intesa siglata ad Ankara con la mediazione Usa. Il Kurdistan iracheno ha dato già prova di grande generosità accogliendo, ad Erbil e altri centri vicini, oltre 125mila cristiani in fuga dalla Piana di Ninive dopo l’invasione dello Stato Islamico nell’estate del 2014. Molti, ma non tutti, sono rientrati nei loro villaggi in via di ricostruzione. Ma le preoccupazioni per l’Iraq causate dall’offensiva turca in Siria non sono legate soltanto al flusso di rifugiati ma anche al possibile risveglio dello Stato Islamico. È di oggi la notizia che forze irachene hanno fermato un certo numero di militanti dell’Isis e di loro familiari che avevano oltrepassato il confine dopo essere fuggiti dalle prigioni nel nordest della Siria. Si stima che in Siria ci siano migliaia di foreign fighter provenienti da 72 Paesi. La cattura sarebbe avvenuta nella provincia di Anbar ma non è chiaro quanti di loro siano entrati né quanti siano stati intercettati. Per evitare infiltrazioni terroristiche, forze irachene si sono posizionate lungo il confine tra Iraq e Siria.

18 ottobre 2019