De Donatis: essenziali le “quattro vicinanze” del prete

La meditazione alla liturgia penitenziale per il clero, nella basilica di San Giovanni in Laterano. «Quando il Signore ci visita, ci lascia il cuore un po’ più grande»

Le “quattro vicinanze” delineate in un recente discorso da Papa Francesco per la vita del sacerdote – a Dio, al vescovo, ai presbiteri, al popolo di Dio – «sono essenziali». In loro assenza, «il prete comincia ad esaltare il proprio ministero sganciandolo dal popolo di Dio, comincia a non vivere più nella dinamica della grazia ma nella logica del protagonismo prestazionale», diventando «a rischio di chiusura, di isolamento, di autogiustificazione, persino di eresia, perché penserà che solo lui è rimasto a difendere il deposito della Chiesa». Lo ha sottolineato il cardinale vicario Angelo De Donatis nella meditazione della liturgia penitenziale per il clero che ha guidato ieri mattina, 3 marzo, nella basilica di San Giovanni in Laterano. Una riflessione in cui ha rilanciato proprio le “quattro vicinanze” indicate da Francesco, a cominciare da quella a Dio, prendendo spunto da un brano della lettera di Giacomo che parla della “parusia”, «della presenza del Signore che si è fatta vicina. Noi sperimentiamo che tutte le volte che il Signore si avvicina a noi e ci visita – ha detto il cardinale – ci lascia il cuore un po’ più grande, un animo più “dilatato”». Grandezza d’animo come «l’atteggiamento di chi non raccoglie subito il frutto del suo lavoro ma guarda con fiducia e tenerezza, come l’agricoltore, il terreno da cui non è ancora spuntato nulla, ma che continua a curare e ad innaffiare».

De Donatis ha poi ricordato l’importanza della «vicinanza ai fratelli», dove l’intimo di ciascuno «diventa quello spazio aperto in cui può essere accolto il dolore di tanti fratelli. Non è un caso che Giacomo ricordi l’abitudine, già diffusa nella Chiesa, di chiamare vicini i presbiteri quando si è finiti nel dolore della malattia». A questo proposito il cardinale ha sottolineato la testimonianza «di alcuni sacerdoti che hanno vissuto la malattia e il passaggio della morte da “salvati”, da figli che si sono rialzati in piedi». Il passaggio conclusivo della sua meditazione è stato dedicato alla “vicinanza” con il vescovo:  «Per un prete che non voglia cadere nell’autoreferenzialità è indispensabile avere un “luogo” in cui interrogarsi sulla volontà di Dio nella propria vita. Il discernimento obbediente alla volontà di Dio si fa in questo “luogo” che è la relazione con il vescovo».

4 marzo 2022