De Donatis: tenerezza, antidoto alla paura del diverso

Al convegno delle diocesi del Lazio il cardinale invita a «sentirci liberi dai profeti di sventura». Galimberti: età del nichilismo, Occidente al tramonto

La tenerezza come categoria per leggere la realtà così da «sentirci liberi dai profeti di sventura che globalizzano messaggi spaventati, provocando in tal modo solo fratture»; quando, invece, si sperimenta l’empatia, «si instaurano relazioni autentiche, capaci di vincere il sospetto e di riconoscere nell’altro la possibilità dell’incontro». Questa la chiave di lettura che il cardinale vicario Angelo De Donatis ha proposto ieri, 28 marzo, aprendo i lavori del Convegno delle diocesi del Lazio sul tema “La rivoluzione della tenerezza”.

Rivolto a docenti e operatori pastorali, l’evento è stato promosso dalla Commissione per l’ecumenismo e il dialogo della Conferenza episcopale laziale e ha avuto luogo al Santuario della Madonna del Divino Amore. «In senso evangelico – ha detto il porporato -, la tenerezza è il capovolgimento della cultura dello scarto, è l’antidoto alla paura del diverso: a questo dobbiamo educare i giovani affinché rinuncino a cercare l’affermazione egoistica del sé per saper entrare davvero in relazione con la vita dell’altro».

L’educazione ai sentimenti come ruolo primario della società, e in particolare della scuola, è stato il tema anche della relazione del filosofo e psicanalista Umberto Galimberti che ha sottolineato quanto «questa generazione di giovani è diversa dalle precedenti in quanto figlia del mondo virtuale» e come «questa distanza tra genitori e figli blocca la comunicazione che deve ripartire dall’ascolto umile». Gli odierni adolescenti «vivono l’età del nichilismo – ha continuato – in cui mancano uno scopo dell’esistenza e la risposta ai “perché?”: ciò conduce alla svalutazione dei valori» e porta i più giovani ad essere «anestetizzati, così da evitare, magari con il ricorso all’alcol o alle droghe, di guardare in faccia l’angoscia che provano se si fermano a pensare».

Le cause sono da ricercarsi «in una società che vive i giovani come un problema e non come una risorsa», forgiando in tal modo delle identità fragili; ancora, negli educatori, sia genitori che insegnanti: i primi «suppliscono alle parole mancate del dialogo autentico con i troppi doni che spengono la capacità di desiderare davvero qualcosa», i secondi sono a volte «poco empatici e incapaci di affascinare, mentre la cattedra dovrebbe essere come un palcoscenico».

La scuola italiana, secondo Galimberti, «istruisce ma non sempre educa ai sentimenti» e per questo i ragazzi, oggi, «sono psicoapatici: manca in loro la risonanza emotiva» che dovrebbe essere trasmessa «con la letteratura, il mito e il racconto perché contengono tutte le sfumature dei sentimenti»; importante, dunque, il valore della lettura che «i giovani, invece, non praticano: così si perde la capacità di linguaggio che equivale a perdere la capacità di pensare». Amara la conclusione: «Una società che non educa i propri giovani e non investe sulle loro potenzialità, che sono massime tra i 15 e i 30 anni – ha asserito Galimberti -, è una società che compromette il proprio futuro e allora, forse, l’Occidente, terra della sera, è arrivato etimologicamente al suo tramonto».

A seguire, la tavola rotonda moderata dal giornalista di Avvenire Mimmo Muolo. Il rabbino Benedetto Carucci Viterbi, direttore delle scuole ebraiche di Roma, ha evidenziato come «non c’è qualcuno deputato ad insegnare la tenerezza perché, su questo, siamo tutti sia discepoli che maestri» mentre il pastore valdese Luca Baratto si è detto convinto che «per attuare davvero la rivoluzione della tenerezza è necessario guardare ai bambini che ci offrono sempre una prospettiva nuova, magari rileggendo i 6 capitoli del Vangelo di Matteo che hanno i piccoli per protagonisti». Tra gli interlocutori, anche Rosario Salamone, direttore dell’Ufficio scuola della diocesi: «In una società in cui sembra dover dominare esclusivamente la razionalità delle scienze dure – ha detto -, è importate essere in grado di ricercare e attuare delle “contro-condotte”, qual è quella della tenerezza, ossia saper sviluppare la capacità immediata e reattiva di pensare diversamente e liberamente».

Nel pomeriggio, l’intervento del vescovo Atanasio di Bogdania, vicario della diocesi ortodossa romena d’Italia: «Per un cristiano – ha affermato -, tenerezza è mostrare il volto di Dio come fa la Madre nella famosa immagine bizantina della Madonna della tenerezza: stringe a sé il Figlio e insieme lo indica come via del riscatto, della rinascita e della speranza».

29 marzo 2019