Deceduto monsignor Claudio Palma, «padre severo e benevolo»

La Messa di esequie nella comunità di Trigoria, presieduta dal vescovo Ruzza. Il vicario De Donatis: «Innamorato della parrocchia, delle persone»

«Un padre severo e allo stesso tempo benevolo». Il cardinale vicario Angelo De Donatis ricorda così monsignor Claudio Palma, storico parroco di Santa Maria Assunta e San Michele a Castel Romano di cui ieri mattina, 19 novembre, si è celebrata la Messa di esequie. Romano, classe 1935, aveva guidato la comunità di Trigoria per oltre 40 anni, dal 1972 al 2011. E tutta la comunità si è stretta accanto a lui, prima nei mesi della malattia, quando era ricoverato a Casa San Gaetano – «il ricovero diocesano dei sacerdoti anziani», spiega De Donatis -, poi per dargli l’ultimo saluto, nella Messa presieduta dal vescovo ausiliare Gianrico Ruzza. Accanto a lui sull’altare una decina di sacerdoti.

Nel ricordo del vicario, la sua «romanità» e il suo «umorismo a volte pungente», ma soprattutto il suo essere «innamorato della parrocchia, delle persone». Sacerdote dal 1960, era stato prima vice parroco al Santo Spirito, vicino a San Pietro, quindi era stato trasferito alla Gran Madre di Dio, prima di diventare parroco a Trigoria, dove poi era rimasto come collaboratore parrocchiale, una volta assunto l’incarico di cappellano al Cimitero Laurentino. Dal 2000 era anche assistente ecclesiastico dei Cursillos di cristianità.

A ricordare il suo arrivo a Santa Maria Assunta e San Michele, don Daniele Natalizi, fino allo scorso agosto vice parroco. «Considerando l’esperienza nelle altre parrocchie, aveva pregato dicendo: “Signore mandami in una parrocchia dove non ci siano tante cose perché non mi piace il dover smontare e ricostruire”. E lui scherzando ripeteva sempre che il Signore l’aveva proprio preso in parola, dato che l’aveva mandato in una parrocchia dove non c’era neanche la chiesa». A Trigoria don Claudio ha dovuto proprio ricostruire tutto. Quando è arrivato il quartiere era popolato da circa 250 famiglie e «lui piano piano si è fatto il giro e le ha conosciute tutte. Aveva questo modo di fare: si presentava a casa delle famiglie e chiedeva di potersi unire per la cena», ha ricordato Don Daniele. Tra pasti e benedizioni delle case, presto aveva conosciuto tutta la borgata.

«Ho un ricordo molto bello di Don Claudio», ha detto il suo successore alla guida della comunità, don Josè Fidel Medina Salinas. Una conoscenza, la loro, iniziata all’interno della prefettura e continuata poi quando don Josè veniva ad aiutarlo nei fine settimana, quando era già diventato cappellano del cimitero Laurentino. «Uomo di fede, semplice, sincero, schietto, diretto. Forse – riflette – è proprio la sua sincerità che lo ha contraddistinto: se doveva dire delle cose, le diceva subito e in modo molto diretto, senza giri di parole. Forse proprio con questa sincerità e questa schiettezza ha davvero guadagnato l’amore di tutte queste famiglie e di tutti i membri della parrocchia».

La conferma arriva dalla testimonianza di Rosalba Mosca, fra i tanti membri della parrocchia presente al funerale. «Anche in confessione con Claudio era molto comprensivo e allegro – ricorda -; lo conoscevo bene, dato che sono diversi anni che abito qui in questa zona. Ci dava del tu, era un parroco che veramente stava vicino ai suoi parrocchiani». E dell’amore di don Claudio per la sua comunità ha parlato anche monsignor Ruzza nella sua omelia. «Vi dico – le parole del presule – che oggi per me è una grande gioia ma soprattutto una grande grazia toccare con mano l’amore di un prete per la sua gente, per il suo popolo. Avete ricevuto tanto da don Claudio, un uomo dal carattere fermo, sempre accompagnato però da una grande tenerezza e da una grande bontà – ha continuato -. Avete imparato grazie alla sua ironia, mai offensiva, a pensare oltre. Grazie a lui avete gustato la gioia del costruire insieme, del non arrendersi mai, dell’essere fedeli a un progetto di vita. Io penso che se esiste un’immagine odierna del pastore, sia proprio la sua».

20 novembre 2019