“Deportee”, col pensiero ai braccianti sfruttati in tutto il mondo

La canzone di Woody Guthrie scritta settant’anni fa e così vicina ai drammi dei giorni nostri vissuti dai migranti in Italia e nel mondo

«Il raccolto è finito e le pesche stanno marcendo… li stanno riportando in aereo oltre il confine col Messico / E pagheranno gli stessi soldi per attraversare ancora una volta quel fiume. / Il padre di mio padre anche lui ha attraversato quel fiume / e gli hanno preso tutti i soldi guadagnati in una vita / I miei fratelli le mie sorelle sono venuti anche loro a raccogliere la frutta / Viaggiavano su quei camion finché non ce l’hanno più fatta e sono morti».

È una canzone che quest’anno compie 70 anni, dal lungo titolo “Plane wreck at Los Gatos”, più nota come “Deportee”, ma sembra scritta ora. Potrebbe farci venire in mente i braccianti che dal Nord al Sud dell’Italia o in altre regioni del mondo lavorano nei campi per pochi euro all’ora per tante ore del giorno. Sottopagati, con la schiena ricurva, d’estate al caldo torrido e sotto il sole. Sfruttati, senza nessun tipo di tutela e costretti a vivere in condizioni disumane.

Fanno venire i brividi quelle parole che rendono con una intensità drammatica la disperazione di persone disposte ad attraversare un fiume, il Rio Grande, nel caso specifico – o un mare, diremmo oggi, pensando al nostro Mediterraneo – pur di conquistare la libertà e una vita migliore, la disperazione di persone che viaggiare su un camion e vi trovano la morte. Cose di quel tempo. Cose, purtroppo, dei nostri giorni.

Vicende come quella del giovane eritreo –ad esempio – che, nell’arcipelago di campi profughi del Tigrai, nel nord dell’Etiopia, nel terribile isolamento di lamiere e case di fango, ha confermato di recente ciò che già abbiamo sentito chissà quante volte e che molti preferiscono non vedere e non sentire: «Tutti sanno quanto sia pericoloso scappare, che nel deserto si muore e in mare si affoga, che in Italia non ci vogliono. Sappiamo dei porti chiusi. Ma chi ha qualche risorsa, fugge. Meglio la morte che impazzire».

Woody Guthrie, il famoso folksinger dell’Oklahoma che ha ispirato tanti artisti, scrisse “Deportee” nel 1948 dopo aver letto la notizia di un incidente aereo sul canyon di Los Gatos, in California, dove il velivolo precipitò, in cui persero la vita 32 lavoratori stagionali che stavano per essere rimpatriati in Messico. Era un omaggio a quei poveri violati nella loro dignità, un testo rimasto senza musica per anni, fino a quando un maestro di scuola, Martin Hoffman, compose una melodia e Pete Seeger – altro folksinger autore di celebri brani – iniziò a cantarla nei suoi concerti. E poi si aggiunsero altri, da Dylan a Joan Baez, da cui l’abbiamo riascoltata nel suo concerto del tour d’addio a Roma, nell’agosto scorso.

«Addio mio Juan, addio Rosalita / Addio amici miei e Gesù e Maria / Non avrete più un nome quando salirete su quell’aereo / Vi chiameranno semplicemente così: “Deportee”». Nel libro del profeta Isaia Dio dice a Israele: «Non temere perché io ti ho riscattato, ti ho chiamato per nome: tu mi appartieni». Ma su quell’aereo Juan e Rosalita, e tutti gli altri con loro, diventano “cose”, nessuno li chiama più per nome. Eppure «il tuo nome – scrive Anselm Grün – ti conduce alla parte più intima di te stesso». Ed è di quell’intimità preziosa che sono privati Juan e Rosalita, e con loro i mille e mille migranti sfruttati. Loro sono solo “deportee”, come a dire “esiliati”, “stranieri”, «accartocciati – dice il testo – come foglie secche».

C’è in “Deportee” una denuncia e un atto di accusa, ma sono le voci degli ultimi a parlare, è la loro storia. «Alcuni di noi sono illegali, altri sono indesiderati / Il contratto di lavoro è scaduto e ci tocca andare via /… Ci danno la caccia come ai fuorilegge… Siamo morti sulle vostre colline, siamo morti sui vostri deserti … Siamo morti sotto ai vostri aranceti, siamo morti nascosti dietro ai cespugli / Su questa o quella riva del fiume siamo morti comunque».

 

9 ottobre 2018