Don Ciotti: «La mafia è corruzione del potere»
Il fondatore di Libera interviene a 30 anni dalle bombe alle chiese di Roma, il 28 luglio 1993: «Per sconfiggerla servono impegno sociale e mutamento della cultura e dei costumi». L’associazione parteciperà alla fiaccolata che rievocherà quegli eventi
Il 28 luglio 1993 la mafia colpì nel cuore di Roma con due attentati che causarono 22 feriti e danni ingenti a San Giovanni in Laterano e a San Giorgio in Velabro. Libera parteciperà alla fiaccolata che rievocherà quegli eventi. Ne parliamo con il suo fondatore don Luigi Ciotti.
Cosa ci insegna quella pagina di storia?
Insegna che «una fede autentica – come ha scritto Papa Francesco nella Evangelii gaudium – implica sempre un profondo desiderio di cambiare il mondo». Quegli attentati furono la risposta di Cosa nostra a una Chiesa che non taceva di fronte alle ingiustizie e alle violenze, mafiose ma non solo. Eloquenti, a riguardo, le parole di un mafioso di primo piano, Francesco Marino Mannoia, raccolte dagli agenti dell’Fbi in America: «Gli uomini d’onore mandano messaggi chiari ai sacerdoti: non interferite». Subito dopo furono uccisi padre Puglisi a Palermo e don Peppe Diana a Casal di Principe. “Interferire” vuol dire affermare – e prima ancora mettere in pratica – l’incompatibilità fra mafia e Vangelo. La fedeltà al Vangelo non può ridursi a una fede intimistica. Il Vangelo ci chiede di saldare il Cielo e la Terra, di costruire giustizia già a partire da questo mondo. È l’impegno a cui richiama Papa Francesco. Che di fronte ai familiari delle vittime ha chiesto «in ginocchio» ai mafiosi di convertirsi, poi ha denunciato la mafia come «adorazione del male» e scomunicato i suoi membri e complici. Ma che non manca di sottolineare le ingiustizie «legalizzate», la commistione tra le logiche criminali e quelle di un sistema economico che in nome del profitto riduce in povertà milioni di persone. I gesti e le parole del Papa, il suo sottolineare l’incompatibilità fra mafia e Vangelo – rimarcata in questi giorni anche dal suo vicario per la diocesi di Roma, il cardinale De Donatis – sono di grande incoraggiamento per quelle realtà di Chiesa che vivono il Vangelo con la necessaria radicalità e s’impegnano, anche in contesti difficili, per affermare la dignità e la libertà delle persone. Segni di un fermento che spero si moltiplichi e metta radici.
Cosa è cambiato in questi 30 anni nella lotta alla mafia?
È cambiato tanto e anche in modo sostanziale. Per capire le mafie è necessario rinnovare, se non abbandonare, certi schemi. Le mafie non sono più un “mondo a parte”, ma parte del nostro mondo. Fondamentale è il concetto di “area grigia”, cioè di quella commistione di legale e illegale frutto di un’osmosi fra mafie e società del “libero mercato”. Perché il punto è questo: al di là della diversità dei metodi – cioè dell’uso più o meno diretto della violenza – si sono creati molteplici punti di contatto tra le logiche del profitto finanziario e il metodo mafioso. Da qui l’inevitabile dilagare della corruzione e il minore ricorso alle armi: con i soldi si ottengono profitti anche maggiori e al tempo stesso si desta minore allarme sociale. Le nuove mafie sono “imprenditoriali”, flessibili, capaci di costituire network internazionali per allargare il loro raggio di azione. Non si possono combattere le mafie senza contrastare le logiche del cosiddetto liberismo economico, sistema – ha detto Papa Francesco – «ingiusto alla radice».
E sullo sfondo resta l’intreccio tra mafia e politica.
La mafia non è mai stata un fatto solo criminale: tra criminalità mafiosa e poteri dominanti esiste da sempre una convergenza d’interessi. E se all’inizio era un’alleanza fra aristocrazia del latifondo e manovalanza criminale, con il passaggio alla civiltà industriale è diventato un “gioco” di sponda fra le cosche e parti del potere politico, intesa con cui ancora oggi dobbiamo fare i conti. La mafia è da sempre, oltre che una realtà criminale, una forma di corruzione del potere, e la politica propriamente detta non ha dimostrato una ferrea volontà di combatterla, tranne virtuose eccezioni. Come la legge Rognoni-La Torre, la prima a riconoscere il reato di “associazione mafiosa” e di “concorso esterno”, che proprio in questi giorni viene messo in discussione. È evidente che per sconfiggere la mafia non bastano gli arresti e i processi: occorrono l’impegno sociale e un complessivo mutamento della cultura e dei costumi. Così come è necessario vedere l’evidente connessione tra mafie e ingiustizia sociale: le mafie sono forti dove la democrazia è debole e questo è un tempo caratterizzato dalle crisi delle democrazie.
25 luglio 2023

