Don Ravagnani: i social, ambienti da abitare

Il sacerdote, 300mila follower, all’incontro su “Giovani e influencer”: utilizzarli per l’annuncio del Vangelo. L’invito a «vigilare per tutelare la nostra autenticità»

Nella foto, don Alberto Ravagnani

I social non sono solo strumenti per comunicare ma veri e propri ambienti da abitare. Ne è convinto don Alberto Ravagnani, giovane sacerdote lombardo di 27 anni con quasi 300mila follower sul web, che venerdì sera, 5 febbraio, ha preso parte all’incontro di formazione online “Giovani e influencer”, promosso dal Servizio diocesano per la pastorale giovanile. Rivolta a ragazzi ed educatori, la proposta si inserisce «nel contesto dell’ascolto del grido dei giovani, secondo le indicazioni del piano pastorale della diocesi di Roma», ha spiegato il direttore del Servizio, don Alfredo Tedesco.

«Le diverse piattaforme ha detto Ravagnani guardando a Facebook, YouTube, TikTok e Clubhouse, attivata proprio in questi giorni – sono oggi il tessuto connettivo della nostra società e la Chiesa, che ha sempre utilizzato i diversi mezzi di comunicazione, deve utilizzarle con l’intento di annunciare il Vangelo a tutti, altrimenti, se non lo facesse, non sarebbe davvero cattolica». Mettendo in guardia rispetto ai rischi che gli ambienti virtuali pongono, il giovane sacerdote, viceparroco e insegnante di religione a Busto Arsizio, ha invitato i giovani a «vigilare per tutelare la nostra autenticità, ricercando sempre il senso profondo delle cose di fronte ai modelli proposti dalla moda e dalle ideologie». Da qui le indicazioni per riuscire a mantenere “allenata” la propria vita interiore, in risposta alle domande arrivate in diretta dai giovani connessi. «Saper stare da soli con se stessi nel silenzio – ha suggerito Ravagnani -, leggere buoni libri e storie edificanti, che permettono di riconoscersi e di riflettere sulle emozioni che si vivono. E poi avere degli amici veri, quelli che, come uno specchio, ci rimandano l’immagine di chi siamo, aiutandoci a rimanere fedeli a noi stessi ».

Continuando a rispondere alle sollecitazioni dei giovani, che hanno osservato come tanti di loro, oggi, tendano a rifugiarsi nelle emozioni negative e nella tristezza, Ravagnani ha constatato che «viviamo nell’epoca delle passioni tristi perché abbiamo più paure che speranze e non sappiamo cogliere la vita come una promessa». Ma il fatto che «Gesù è passato attraverso il dolore per pervenire poi alla Risurrezione e alla vita eterna ci dimostra che c’è la luce dopo il buio, e noi per primi dobbiamo essere luce per chi non crede », sono ancora le parole del sacerdote. Sul tema della testimonianza, i giovani hanno posto altri interrogativi, specie su come essere credibili e convincenti con i coetanei, sentendosi non autorevoli, non essendo figure “riconosciute” come possono esserlo dei consacrati. «I primi inviati da Gesù, cioè gli apostoli – ha sottolineato Ravagnani -, erano persone comuni, non avevano un ruolo “preconfezionato”». Si tratta allora, «semplicemente, di parlare della nostra esperienza – ha indicato -, e tanto più uno è appassionato, tanto più appassiona. Non dobbiamo convincere ma essere convincenti perché la fede passa per attrazione».

A Ravagnani i giovani hanno chiesto poi come vivere bene il momento della confessione e come fare per riuscire a capire quando Dio parla loro. Sul sacramento «più difficile, perché ti costringe a esporti e ad abbassare le difese», il sacerdote ha ricordato che «alla base di questo incontro con il Padre c’è il desiderio profondo di essere amati» mentre rispetto alla comprensione «dei progetti che Dio ha per noi» ha invitato a «leggere e meditare il Vangelo, la sua Parola».

8 febbraio 2021