Essere nomadi in città

Marzo 1980, uno tra i primi convegni a Roma sui problemi dei rom, che mette in evidenza emarginazione e pregiudizi

«Lacio drom»: è un saluto degli zingari per dire buon cammino. E di zingari che sostano a Roma (arrivano da fuori, si spostano o sono cacciati da una parte all’altra, si fermano nelle periferie, alcuni partono lontano, altri ritornano, molti si stabiliscono), ce ne sono più di cinquemila. La maggior parte sono cittadini italiani, molti iscritti nel registro della popolazione di Roma e di altre città del Lazio: eppure sono emarginati e rifiutati, oggetto e soggetto di violenza e di miseria. “Essere nomadi in città” è stato il tema di un convegno promosso nell’ambito della V, VI, VII, VIII, circoscrizione, nelle zone cioè di Roma, più interessate alla presenza stabile o periodica di gruppi e famiglie di zingari. Per la prima volta i romani sono stati messi di fronte ad una realtà sociale e umana, che è quella del vivere nomade, che va capita, riconosciuta e promossa, nel rispetto della persona umana e del gruppo dove questa si forma e cresce. Certo una posizione di comprensione e di utilità, verso una minoranza etnica, che va protetta, che non è però facile tradurre in termini operativi.

Una panoramica della condizione dell’essere zingari oggi è stato l’apporto concreto di lavoro reso dall’intervento di don Bruno Nicolini, a nome dell’Opera Nomadi, una associazione di volontariato che opera a Roma dal ’65. Una premessa va fatta ad un discorso di accoglienza a Roma, in una comunità che si fa terreno di promozione. I nomadi sono infatti svantaggiati dalla crisi economica che vivono oggi più che ieri nel loro gruppo, e dalla emarginazione socio-culturale sempre più profonda con la nostra società. Da qui l’inutilità di prefissare modelli o tipi di sviluppo su una scala di valori estranea al mondo dei nomadi. Ma piuttosto è utile la ricerca intelligente per una proposta di recupero dell’essere zingari oggi dove questa identità sia qualificata, con il concorso della persona stessa e del gruppo. Una proposta che vede la partecipazione attiva dei nomadi a costruire una base di lavoro, dove si realizzi nel tempo una autonomia abitativa, economica e personale degli zingari nella città in un rapporto integrato con la comunità che li ospita.

Ecco il punto centrale del convegno: coinvolgere i cittadini di persona e attraverso gli organi di partecipazione: comune, regione, circoscrizioni, parrocchie, prefetture. settori, comitati di quartiere ecc. Nella zona di Roma e dintorni sostano almeno otto diversi gruppi di nomadi, ognuno dei quali si differenzia per usi e costumi. Comune è la precarietà delle condizioni di vita. Difficoltà di trovare un lavoro, in base alle abituali occupazioni tradizionali e nell’incapacità di tradurle su un piano professionale. Da qui la rinuncia e la strada più facile verso l’accattonaggio, il furto, la prostituzione. Difficoltà a superare atteggiamenti di pregiudizio, e di discriminazione da parte dell’opinione pubblica e degli enti locali. Nasce così spesso la diffidenza e la reciproca aggressività, tra gli abitanti delle comunità loro malgrado ospiti e i zingari. Solo pochi nomadi sono in grado di usufruire delle forme pubbliche di servizio e di sicurezza sociale. (di Roberta Gisotti)

2 marzo 1980