Filippine, l’allarme di Acs: cristiani rapiti usati come merce di scambio

Il missionario Pime padre D’Ambra racconta come i jihadisti hanno preso possesso di Marawi, sequestrando i cristiani e incendiando la cattedrale

Il missionario del Pime padre D’Ambra racconta di come i jihadisti hanno preso possesso di Marawi, sequestrando i cristiani e dando fuoco alla cattedrale

Padre Teresito Soganub e altri 15 cristiani sono stati rapiti nei giorni scorsi a Marawi, nell’isola di Mindanao, nelle Filippine. La città è ormai da 8 giorni nelle mani dei jihadisti del gruppo Maute e gli scontri tra fondamentalisti ed esercito filippino hanno già fatto circa 100 vittime. Fonti locali riferiscono anche di uccisioni e decapitazioni da parte degli islamisti. «Spero che il governo agirà con saggezza e prudenza così da evitare uno spargimento di sangue», commenta ad Aiuto alla Chiesa che soffre il missionario del Pime padre Sebastiano D’Ambra, che da Zamboanga, un’altra città di Mindanao, racconta come i terroristi islamici abbiano rapito i cristiani e dato fuoco alla cattedrale. «Probabilmente – osserva – la loro intenzione è quella di utilizzare i fedeli come merce di scambio, per convincere i militari a ritirarsi».

Il gruppo Maute è affiliato ad Isis già da tempo e ciò spiega perché nella città a netta maggioranza islamica di Marawi, dove vive il 98% di islamici accanto al 2% di cristiani, sventolino diverse bandiere nere. A quest’ultimo attacco hanno inoltre collaborato esponenti del gruppo Abu Sayyaf. Negli ultimi anni, riferisce il missionario italiano, sempre più realtà islamiste internazionali sono penetrate nelle Filippine. A conquistare nuove
leve, osserva, è l’ideologia, ma anche i lauti compensi offerti dai terroristi alle giovani reclute. «Senza contare gli interessi internazionali che mirano a destabilizzare quest’area. Sembra vi sia un piano che continuerà in questa direzione. Tra non molto la situazione a Marawi si calmerà, ma il terrorismo non si arresterà».

A Mindanao il radicalismo islamico è presente già dagli anni ’90, con il gruppo Abu Sayyaf. La radicalizzazione è continuata poi con il proliferare di movimenti di ispirazione wahabita, sostenuti dall’Arabia Saudita, mentre da una decina di anni vi è una forte presenza del Jemaah Islamiah, gruppo islamista nato in Indonesia. E negli ultimi tre anni, informano da Acs, lo Stato islamico ha trovato sempre più sostenitori a Mindanao. Anche a Zamboanga, dove nel 2013 il movimento islamista paramilitare terroristico Moro Islamic Liberation Front (Milf) ha distrutto metà della città, il governo ha decretato l’allerta rossa. «Le autorità ci invitano a stare attenti – riferisce il missionario -, tra l’altro la città si trova sul mare, con chilometri di coste e molte isole dove gli estremisti possono facilmente nascondersi».

Padre D’Ambra, da 40 anni nelle Filippine, è il fondatore del movimento Silsilah, che dal 1984 promuove il dialogo interreligioso, coinvolgendo anche parte della locale comunità musulmana. «Episodi come quello avvenuti a Marawi – conclude – non fanno che aggravare una situazione di per sé complicata e rendono ancor più difficile la promozione del dialogo
interreligioso».

30 maggio 2017