Francesco e il cinema, Viganò: «Una Mediateca in Vaticano»

Ne parla il vice cancelliere della Pontificia Accademia delle scienze, autore di un volume sul neorealismo, con un’intervista al pontefice

«Catechesi di umanità» e «scuola di umanesimo». Così Papa Francesco ha definito in più occasioni il cinema neorealista, ricordando come spesso da bambino frequentasse le sale cinematografiche di quartiere a Buenos Aires. Le riflessioni del Santo Padre sono raccolte in un’intervista in cui si delinea il suo rapporto con il cinema e che apre il libro di monsignor Dario Edoardo Viganò, vice cancelliere della Pontificia Accademia delle scienze e delle scienze sociali della Santa Sede, dal titolo “Lo sguardo: porta del cuore. Il neorealismo tra memoria e attualità” (Effatà Editrice).

Monsignor Viganò, “il neorealismo tra memoria e attualità” sembra un gioco di antitesi eppure è un connubio perfetto con un’apertura di senso anche per l’oggi. Quanta memoria e quanta attualità?
Il neorealismo è come il paese natale cui si ritorna sempre volentieri perché lì sono le radici. Lo si fa per affetto, per amore, per riconoscenza… Lo si fa anche per abbeverarsi all’acqua limpida della propria storia. Il neorealismo è tutto ciò per il cinema. È educazione allo sguardo, alla realtà, all’umanità. Ci sono grandi lezioni di narrazione, ma non solo, che non sono superabili del tempo. Per questo, non si possono separare la memoria e l’attualità, in quanto si arricchiscono a vicenda. Può sembrare un controsenso ma anche l’attualità arricchisce e impreziosisce la memoria e questa diventa linfa per l’attualità. Riflettere sull’importanza dello sguardo tra memoria e storia a partire dall’esperienza del neorealismo è molto importante: per questo nel libro propongo un’analisi che guarda al fenomeno neorealista senza pretese filologiche ma allargando volutamente l’interpretazione alla luce delle vicende presenti e delle specifiche riflessioni di Papa Francesco su questo cinema.

A questo proposito, come è nata l’idea dell’intervista al Papa?
In modo molto naturale, direi. Il neorealismo è tra i fondamenti della cultura  cinematografica che Bergoglio ha coltivato e arricchito nel corso del tempo e di cui il suo magistero è nitida testimonianza: non sono rare, infatti, le occasioni in cui il Papa fa riferimento a questo o quel film nell’ambito di discorsi e omelie e, perfino, nei grandi testi di magistero. È emersa così l’idea di una intervista al Papa che cerca di comporre un quadro unitario del suo rapporto con il cinema, ma che va anche molto oltre. Il Santo Padre ha accettato e, nel dialogo da cui nasce l’intervista, emerge la forza testimoniale e documentale delle immagini e dei film, riconoscendo per alcuni di essi il loro valore universale e la loro capacità d’interrogare il cuore.

Può fare qualche esempio?
Certamente, con due capolavori: “La strada” di Federico Fellini per quel suo saper proporre, sottolinea il Papa, lo «sguardo puro degli ultimi capace di seminare vita nei terreni più aridi»; “I bambini ci guardano” di Vittorio De Sica – aggiunge il Santo Padre – che ha «universalizzato» lo «sguardo puro» dei «bambini sul mondo». Si nota in queste riflessioni quello che è forse il carattere più distintivo e originale dell’approccio di Francesco al cinema: esso entra a far parte del suo magistero, non più o non solo come “oggetto” di attenzione o preoccupazione pastorale ma anche come “soggetto” accolto nella sua autonomia di forma di linguaggio, di cultura, di arte, tanto da poter essere citato, come un testo tra gli altri, nei suoi discorsi, nelle sue omelie, nelle sue encicliche.

Sembra la prospettiva che emerge dal film diretto da Wim Wenders “Papa Francesco. Un uomo di parola” (2018). È una lettura che ritiene valida?
Certo! Il progetto di quel film – che eccezionalmente il Papa cita più volte anche nell’enciclica “Fratelli tutti” (ai nn. 48-203-281) – è maturato a seguito dei molteplici confronti col Santo Padre a proposito delle numerose richieste che arrivavano dai broadcaster di tutto il mondo per produrre documentari che lo vedessero protagonista: i decisi dinieghi che il Papa opponeva a ogni richiesta mi convinsero che occorresse proporgli una soluzione che rispettasse il suo stile di comunicazione, e, in fondo, anche la sua idea di cinema. Wenders è stato poi il perfetto interprete di questo stile e di questa idea: non un film freddamente celebrativo, al contrario, un film in grado di restituire la cifra della sua personalità. Mi pare emblematico in questo senso il valore che hanno universalmente assunto le immagini della Statio Orbis del 27 marzo 2020, che hanno cristallizzato in uno straordinario momento iconico di amore e compassione lo stile di un pontificato.

Il Papa, nell’intervista che le ha concesso, sembra lanciare una nuova sfida: la costituzione di una mediateca. Cosa s’intende?
Il Papa indica la costituzione di una Mediateca in Vaticano come percorso «decisivo per il futuro». Al di là dei tempi e degli snodi pratici che questo comporta, il Santo Padre sottolinea l’importanza di una visione ben precisa che riconosce la centralità ormai assunta dalla documentazione audiovisiva. Questa riverbera anche quel movimento di studi che su questi temi negli ultimi anni si sta affacciando dinamicamente nel mondo accademico internazionale. Indicando la necessità di pensare a «un’istituzione che funzioni da Archivio Centrale» che vada ad affiancarsi all’Archivio e alla Biblioteca Apostolica gestendo la «conservazione permanente e ordinata secondo i criteri scientifici, dei fondi storici audiovisivi degli organismi della Santa Sede e della Chiesa universale», Francesco propone di superare le inerzie in questo campo dando attuazione all’intuizione avuta a fine anni Cinquanta da Pio XII e Giovanni XXIII. Attraverso una Mediateca si potrà conferire al patrimonio cinematografico e audiovisivo quella centralità che merita nel sistema delle istituzioni vaticane specializzate nella custodia delle tracce del passato. (Riccardo Benotti)

21 luglio 2021