Francesco e l’invito a essere «Chiesa-grembo di misericordia»

Nella veglia di Pentecoste il Papa ha aperto il cammino della diocesi per il prossimo anno pastorale. L’invito a lasciarsi prendere per mano dal Signore, per ascoltare il grido della gente: «Ci faccia scendere dalle nostre posizioni, tra i fratelli»

Ascoltare il grido della città di Roma, il gemito, le sofferenze e i sogni dei cittadini. Nella Messa vespertina della vigilia di Pentecoste, celebrata sul sagrato della basilica di San Pietro, Papa Francesco apre le porte a quello che sarà il cammino della diocesi per il prossimo anno pastorale e invita a essere «Chiesa-grembo di misericordia», a scendere ognuno dalle proprie posizioni per andare incontro ai bisogni di salvezza degli uomini. Davanti a 50mila fedeli, tra i quali c’è anche il sindaco Virginia Raggi, ai cardinali, ai vescovi e ai sacerdoti della diocesi, confessa il suo desiderio: «Vorrei che la gente che abita a Roma riconoscesse la Chiesa, ci riconoscesse per questo di più di misericordia, non per altre cose, per questo di più di umanità e di tenerezza, di cui c’è tanto bisogno. Si sentirebbe come a casa, la “casa materna” dove si è sempre benvenuti e dove si può sempre ritornare. Si sentirebbe sempre accolta, ascoltata, ben interpretata, aiutata a fare un passo avanti nella direzione del regno di Dio».

Sul sagrato era stata collocata l’icona della Madonna del Divino Amore che al termine della celebrazione è stata riaccompagnata processionalmente dal cardinale vicario Angelo De Donatis a piazza di Porta Capena dove, ad attendere l’effige, c’erano numerosi fedeli che hanno proseguito il pellegrinaggio notturno fino al santuario di Castel di Leva. Riferendosi all’icona e alla maternità della Chiesa, Bergoglio ha ricordato che l’11 giugno di 75 anni fa, nella chiesa di Sant’Ignazio, Papa Pio XII «compì uno speciale atto di ringraziamento e di supplica alla Vergine, per la protezione della città di Roma».

Meditando la prima lettura tratta dal libro della Genesi sulla costruzione della torre di Babele, Francesco ha affermato che anche oggi c’è chi cerca di costruire una torre fino al cielo. «Sono i progetti umani – ha detto -, anche i nostri progetti, fatti al servizio di un “io” sempre più grande, verso un cielo dove non c’è più spazio per Dio». Da qui l’esortazione a celebrare «il primato dello Spirito Santo», a essere una Chiesa «non al servizio di noi stessi, delle nostre ambizioni, di tanti sogni di potere» ma dello Spirito. Quindi ha messo in guardia dal pericolo di «confondere le novità dello Spirito con il metodo di “risistematizzare” tutto. Questo non è lo Spirito di Dio. Lo Spirito di Dio sconvolge tutto e ci fa incominciare non da capo ma da un nuovo cammino».

Un cammino che può iniziare seriamente solo se si aprono i cuori e si ascoltano attentamente il grido e i dolori della gente. Ma per far questo, avverte il Papa, è necessario che «il Signore ci prenda per mano e ci faccia scendere dalle nostre posizioni, scendere in mezzo ai fratelli. Non si tratta di spiegare cose intellettuali, ideologiche. A me fa piangere quando vedo una Chiesa che crede di essere fedele al Signore, di aggiornarsi quando cerca strade puramente funzionalistiche, strade che non vengono dallo Spirito di Dio. Questa Chiesa non sa scendere, e se non si scende non è lo Spirito che comanda».

Il cardinale De Donatis, che al momento della consacrazione aveva affiancato il Papa con il vescovo ausiliare Guerino Di Tora, al termine della Veglia ha letto una preghiera nella quale ha implorato il Signore di «guardare la Chiesa di Roma, riunita per celebrare una rinnovata Pentecoste. È una Chiesa che accoglie di nuovo l’impeto dello Spirito Santo, per uscire, come gli apostoli, ad annunciare la gioia del Vangelo. Una Chiesa che vuole continuare a generare alla fede nuovi figli in una città dove nessuno si senta straniero, una Chiesa ricca di memoria, ricolma di santità, fatta di gente generosa, vivace, creativa, che non vuole cedere al pessimismo, all’accidia, all’indifferenza».

 

 

 

 

Finita la celebrazione in piazza San Pietro, centinaia di fedeli sono rimasti in preghiera e hanno poi partecipato alla processione con l’icona della Madonna del Divino Amore fino a piazza di Porta Capena. Durante il tragitto, lungo all’incirca quattro chilometri, l’effige ha fatto tappa davanti alle chiese di Santa Maria in Traspontina, di Santa Maria in Vallicella (nota anche come Chiesa Nuova) e alla Chiesa del Gesù, dove ad attenderla c’erano i rispettivi parroci. Animato da preghiere e canti, il lungo serpentone di fedeli e sacerdoti, tra i quali alcuni vescovi ausiliari, ha raggiunto l’area antistante lo Stadio delle Terme di Caracalla da dove è poi partita la processione notturna fino al Santuario del Divino Amore. «È stata una lunga notte di preghiera e di intercessione – ha detto il cardinale vicario -. È stato bello attraversare Roma con Maria che ci invita ad ascoltare e ad abitare la città con amore».

10 giugno 2019