Gennaio 1989, nuova pensione per i senza dimora

Una formula diversa proposta dalla Caritas rispetto a quella dell’ostello: ambiente familiare, responsabilizzazione, socialità

Italo non si sente tanto bene, «non vorrei fosse la ‘cinese’», dice. è per questo che oggi pomeriggio s’è messo un po’ a letto, e solo ora ha deciso di alzarsi per fare due chiacchiere con gli altri. Cosa c’è di interessante in questa banalissima cronaca? C’è che Italo, fino ad un paio di settimane fa, un letto non ce l’aveva proprio. Dormiva alla Stazione Ostiense, con il bello e col brutto tempo, sano o con la «cinese». Sì, Italo praticamente era un «barbone». Era.

Ora invece, assieme ad una dozzina di persone come lui, abita nella pensione-ostello che la Caritas diocesana ha aperto da poco in via Villafranca, vicino alla Stazione Termini. L’appartamento è stato concesso alla Caritas dalla Pax Romana, che vi ospitava gruppi di giovani in visita a Roma. L’esigenza di una formula nuova per dare ospitalità ai senza fissa dimora – specie a quelli di una certa età, più esposti ai rischi di un inverno «sotto le stelle» – era sentita da tempo dallo staff Caritas. Proprio o «barboni», gli ospiti apparentemente più ovvi dell’Ostello Comunale di via Marsala gestito dalla Caritas, sono spesso piuttosto restii ad accettare un tetto ed un letto.

I motivi? Dopo anni di emarginazione, di maltrattamento e di vita all’aria aperta, molti trovano difficoltà a seguire le regole, sia pur minime, richieste per la convivenza nell’Ostello: la doccia tutte le sere, gli orari per loro rigidi. Qui l’atmosfera che si respira è diversa. Elasticità e ambiente familiare. Che non significa però assenza di regole. Almeno quelle più essenziali. Qui non c’è posto per chi si ubriaca, è comunque la pulizia personale e si deve convivere pacificamente con i compagni. Ma sono cose che vengono da sole. C’è chi da quando sta qua non beve più. Chi ha sentito l’esigenza, abitando in una casa e non più in un’androne o su un marciapiede, di lavarsi e di farsi la barba. Senza che nessuno li abbia obbligati.

La porta dell’ascensore della pensione Caritas-Pax Romana dà direttamente nell’ingresso. Bussiamo. Apre Cacilda – si pronuncia «Casilda», è la signora brasiliana responsabile della casa –. Ci fa accomodare in un saloncino arredato con semplicità, su cui danno le varie stanzette in cui si dorme in due o tre. Gli ospiti la mattina fanno colazione, prima di uscire. «Qui gli orari sono più elastici – dice Gennaro di Cicco, uno dei responsabili Caritas dell’iniziativa – nessuno viene mandato fuori per forza durante il giorno». Poi la sera verso le cinque o le sei tornano per la cena. Durante la giornata fanno i loro giri, i loro piccoli mestieri. Parcheggiatori abusivi, o venditori di rughetta ai ristoranti, come Michele.

Rotondetto, con gli occhi furbi, lui è dell’Abruzzo. «Ora preparo un po’ di camomilla per Italo, che non sta bene». Lo staff della pensione è composta da alcune decine di volontari che si alternano in tre turni. Poi c’è il medico tre volte a settimana, uno psicologo e un assistente sociale. Anche nel semplice rapporto umano e di amicizia si cerca di capire le cause che hanno spinto queste persone a vivere per strada. L’atmosfera nel saloncino della pensione è proprio casalinga, soprattutto adesso che è ora di cena. Gli ospiti si danno da fare, se sentono responsabilizzati. Michele, che ha un passato di «chef», cucina per tutti, ed è preoccupato perché qualche sera prepara troppa pasta e va sprecata.

Antonio, romano con la faccia di Aldo Fabrizi – a proposito, ha fatto anche il «generico» a Cinecittà, «ventiquattro film», ci tiene a specificare – stende la tovaglia a fiori blu. Anche Clara da una mano. Viene da Bolzano, ha l’accento un po’ aspro di quegli italiani di lì che si trovano più a loto agio col tedesco. «Io ieri a ho aiutato a fare i servizi, anche oggi voglio aiutare – dice piena di buona volontà – ora scendo a comprare un po’ d’aranciata». Vuole pagare qualcosa, per forza. L’impressione è che tutti vogliano mostrare la loro dignità. Forse l’hanno riacquistata grazie a queste quattro mura. Bussano di nuovo alla porta. è Maria, con i suoi sacchetti porta-tutto sempre con sé.

Quando l’hanno incontrata per strada pensavano pesasse un quintale, quasi non entrava nel piccolo ascensore della pensione. Invece è una vecchina snella. Erano le decine di maglioni che aveva addosso per difendersi dal freddo. Per convincerla a venire c’è voluta tutta la pazienza dei volontari Caritas. La vita per strada indurisce il carattere, rende differenti. Maria lo dice chiaramente. «A me m’hanno preso a calci tutti, so’ er pallone de Roma».

Ora le gambe di Maria, che passava le nottate seduta, stanno meglio, si stanno sgonfiando. «Ma no, so’ i tacchi, mo’ mi metto le ciabbatte e mi ripiglio», dice Maria. E va nella sua stanzetta dove ha potuto lasciare le pantofole, senza bisogno di portarsi anche quelle in un sacchetto, come faceva prima per tutto quel poco che possedeva. Sa che le troverà dove le ha lasciate stamattina. Sotto il letto. «Suo» finalmente. (di Luca Liverani)

29 gennaio 1989