Giovani e pandemia: la solidarietà conviene a tutti

L’impietosa verità dei 100mila morti per Covid in Italia chiama a una riflessione sul futuro. La tua vita mi riguarda: questo dovremmo insegnare ai nostri figli

La pandemia, lo sappiamo, ci sta mettendo a dura prova. Ne usciremo: guai a perdere la speranza! Ma intanto cerchiamo, ognuno nel suo piccolo, di non smarrire la lucidità. È sempre scorretto impostare discorsi generali. Prendiamo i giovani. Già questa definizione onnicomprensiva lascia il tempo che trova. Di quali ragazzi intendiamo discutere? Quelli impegnati a fare del proprio meglio di fronte al computer studiando a casa o quelli che non disdegnano gli assembramenti e magari si riuniscono il sabato sera da qualche parte per sfogare la rabbia con i bastoni? Pensiamo ai molti scolari che di fatto stanno abbandonando la scuola, anche in modo strisciante e non formale, sfiduciati e disillusi, o agli altrettanto numerosi studenti che apprezzano lo sforzo dei loro professori e provano ad aiutarli a reinventare l’istruzione? Intendiamo riferirci agli adolescenti assiepati al bar con la mascherina abbassata sul mento mentre sorseggiano l’aperitivo o ai minorenni non accompagnati costretti a stare chiusi tutto il giorno nei centri di pronta accoglienza? Alludiamo ai tanti che, andando in giro non protetti, si infettano provocando l’estensione del contagio in famiglia, o a certi loro coetanei che, persino in questi tempi difficili, praticano una qualche forma di volontariato? Parliamo di quelli che ci consegnano la pizza la sera pedalando come ossessi durante il coprifuoco
o a coloro che soffrono perché le palestre sono ancora chiuse e non possono fare i pesi?

Io ne conosco di ogni tipo e non mi sento di stilare un bilancio unico valido per tutti. Il virus non dovrebbe permettere strumentalizzazioni precostituite. La nuda impietosa verità dei centomila morti per Covid in Italia ci chiama a una riflessione proiettata semmai verso il futuro, quando torneremo di nuovo in sella. È vero che la Dad, che non potrà mai sostituire l’insegnamento in presenza, ha esacerbato differenze sociali già esistenti. Su questo bisognerà intervenire in modo strutturale. È altrettanto indubbio che continua a trattarsi di una scelta obbligata, vincolata ai pareri scientifici dei responsabili sanitari. Ciò che possiamo dire si lega al lavoro educativo che dovremo svolgere nel momento in cui la campagna di vaccinazione avrà dato, come tutti ci auguriamo, i suoi frutti. Mentre in questa fase di perdurante emergenza dobbiamo batterci per non lasciare da soli bambini e adolescenti, dopo dovremo fare in modo che essi non dimentichino la drammatica esperienza vissuta. Si tratterà di far comprendere a tutti, non solo ai giovani, che il terribile anno appena trascorso non è stato “tempo perso” – se ragionassimo così allora basterebbero pochi corsi aggiuntivi per rimediare alle presunte mancanze formative – ma una straordinaria occasione per apprezzare il valore incommensurabile di ciò che rischiavamo di dare per scontato: salute, incontro umano, bene comune, valori in grado di orientare la nostra vita.

Ogni soluzione personale alla crisi ha mostrato la sua matrice illusoria. Chi ha ritenuto, di fronte alla crescente diffusione del coronavirus, di potersi ritagliare e coltivare un proprio esclusivo spazio di libertà, è stato sconfitto. Forse abbiamo perduto qualche “competenza” ma se avessimo appreso questa lezione, avremmo imparato l’essenziale. L’egoismo non paga. Ogni tana può diventare una tomba. I castelli chiusi sprofondano. La solidarietà conviene a tutti. Non posso signoreggiare a lungo sulla mia esistenza, come se fossi nel profondo l’incontrastato padrone di me stesso. Al contrario: la tua vita mi riguarda. Questo dovremo insegnare ai nostri figli. A cominciare da oggi, che siamo ancora sotto tiro. Per continuare fino a domani, nel momento in cui potremo riabbracciarci.

8 marzo 2021