Giovanni Merlini, «uomo fatto di preghiera»

Così lo ha ricordato il cardinale Semeraro nella Messa per la beatificazione, nella basilica lateranense. La sua memoria sarà celebrata il 12 gennaio. La reliquia portata all’altare dalla famiglia dell’uomo la cui guarigione è riconosciuta come suo miracolo

Don Giovanni Merlini, primo beato del Giubileo, è stato un uomo che ha saputo coniugare preghiera e azione, contemplazione e missione, direzione spirituale e saggezza nella guida. Aspetti che la Chiesa «ci propone per l’invocazione e per l’imitazione». Lo ha detto il cardinale Marcello Semeraro, prefetto del dicastero per le Cause dei santi, che ieri, 12 gennaio, ha presieduto la celebrazione eucaristica e il rito di beatificazione del terzo moderatore generale dei Missionari del Preziosissimo Sangue, congregazione fondata da san Gaspare del Bufalo, nella basilica di San Giovanni  in Laterano. La sua memoria sarà celebrata il 12 gennaio, giorno della sua morte avvenuta nel 1873 in seguito alle ferite riportate dopo essere stato volontariamente investito da una carrozza. Lo ha ricordato anche Papa Francesco durante la preghiera dell’Angelus chiedendo ai fedeli radunati in piazza San Pietro un applauso per il nuovo beato. «Dedito alle missioni al popolo – ha ricordato Bergoglio -, fu consigliere prudente di tante anime e messaggero di pace. Invochiamo anche la sua intercessione mentre preghiamo per la pace in Ucraina, in Medio Oriente e nel mondo intero».

La petizione per la beatificazione è stata letta dal cardinale vicario di Roma Baldo Reina mentre la postulatrice, suor Nicla Spezzati, delle Adoratrici del Sangue di Cristo, ha brevemente ricordato la biografia del missionario. Un lungo applauso ha accompagnato il momento della proclamazione in basilica, mentre veniva svelata la gigantografia di Merlini, posta accanto all’altare. La reliquia del beato, frammenti ossei, è stata portata in processione ai piedi dell’altare anche dalla moglie, dai tre figli e dalla nipote di Ciriaco Cefalo, beneventano la cui guarigione improvvisa, nel 2015, è stata riconosciuta come il miracolo attribuito all’intercessione di Merlini. Per la nipote Maria Daniela Pellegrino, che consegnò l’immagine del sacerdote posta sotto al cuscino di Cefalo, quella di ieri è stata una giornata «di stupore per le grandi opere di Dio e di immensa gratitudine. Tutto questo è opera del Signore, che si serve di ognuno di noi».

Tra i concelebranti, il penitenziere maggiore, Angelo De Donatis, sei vescovi – Di Tora, Accrocca, Viva, Boccardo, Andreozzi, Lanzani – e oltre 150 sacerdoti tra i quali don Emanuele Lupi, moderatore generale della congregazione, e don Benedetto Labate, direttore della Provincia italiana dei Missionari del Preziosissimo Sangue. Alla liturgia, animata dal Coro della diocesi di Roma diretto da monsignor Marco Frisina, hanno partecipato gruppi provenienti da Spoleto, città umbra che diede i natali a don Giovanni Merlini il 28 agosto del 1795; da Albano, dove c’era la Casa della Congregazione dei Missionari del Preziosissimo Sangue nella quale il sacerdote visse dal 1821 al 1858; e da Benevento.

Nel giorno in cui la Chiesa celebra la festa del Battesimo del Signore, domenica che chiude il tempo di Natale, il Vangelo si sofferma su Gesù raccolto in preghiera dopo aver ricevuto il battesimo. «La preghiera è lo spazio vitale in cui Gesù colloca le sue relazioni col Padre, con i discepoli, con quanti lo incontrano – ha affermato nell’omelia il cardinale Semeraro -. In questo il beato Giovanni Merlini è stato ottimo discepolo di Gesù». Le testimonianze raccolte durante il processo di beatificazione e canonizzazione, ha ricordato, rivelano che la preghiera, per Merlini, si trasformava spesso in profonda «contemplazione» tanto da non accorgersi delle persone che bussavano ed entravano nella sua stanza. Riprendendo le parole di Tommaso da Celano su san Francesco d’Assisi, anche don Giovanni Merlini era un «uomo fatto preghiera», ha affermato il porporato. Fu anche «uomo di azione e di apostolato» guadagnandosi l’ammirazione di san Gaspare del Bufalo, uomo di governo dotato della virtù della prudenza, «la più necessaria in chi ha la responsabilità di guida», ha osservato. I testimoni hanno raccontato che egli «studiava le situazioni, consultava, interveniva in forme adatte e, soprattutto quando poi le decisioni erano difficili in rapporto alle persone, lo faceva con carità».

Altra qualità messa in risalto è stata la capacità del sacerdote di unire la vita contemplativa a quella attiva. «C’è chi ancora oggi ne parla come forme di vita alternative laddove invece sono complementari anzi sono consequenziali», ha sottolineato il cardinale. Infine l’aspetto dell’amicizia con i confratelli, a cominciare da san Gaspare del Bufalo e dal beato Pio IX, del quale era anche confidente, e con le persone a lui affidate come santa Maria De Mattias, fondatrice delle suore Adoratrici del Sangue di Cristo. «Se è vero che i santi fanno amicizia tra loro – ha concluso Semeraro – sarà pur vero che c’è anche un’amicizia che fa santi».

13 gennaio 2025