Gli anni romani di Leonardo da Vinci

La serata a Santo Spirito in Sassia, organizzata dal Servizio diocesano per la cultura e l’università. Lonardo: «Il suo scopo: mostrare non nascondere la realtà»

Tre anni della sua vita, dal 1514 al 1517, Leonardo da Vinci li trascorse a Roma, ospite del Papa Leone X, alloggiando negli appartamenti del Belvedere in Vaticano e compiendo i suoi studi di anatomia nel vicino ospedale di Santo Spirito in Sassia. Per questo è stato organizzato proprio nella chiesa omonima, santuario della Divina Misericordia a due passi dalla basilica di San Pietro, l’incontro su “Leonardo da Vinci a Roma”, curato dal Servizio per la cultura e l’università del Vicariato, che ha avuto luogo venerdì sera, 8 novembre.

«Gli anni romani di Leonardo, di cui quest’anno celebriamo i 5 secoli dalla morte – ha spiegato il direttore del Servizio diocesano monsignor Andrea Lonardo -, ci dicono di un pragmatico studioso di anatomia dei corpi e ci aiutano ad allontanarci sia dal mito del genio sia dalle distorsioni create dalla leggenda, che lo vogliono un esoterico», perché «l’arte di Leonardo è il frutto di un duro impegno e di un’incessante ricerca sul campo che, quando si attua, nasconde ben poco: la cifra della sua pittura è quella della chiarificazione, il suo scopo è mostrare, non nascondere, la realtà». Ecco allora la volontà di «rappresentare l’uomo e le sue reali proporzioni a partire dal calcolo, sconfessando l’architetto Vitruvio» e «il suo girovagare per la città di Milano alla ricerca dello sguardo e dell’espressione giusti da annotare nel taccuino che aveva sempre con sé» per rendere al meglio «lo stupore degli apostoli nel capolavoro del Cenacolo all’annuncio da parte di Gesù del tradimento di uno di loro».

Lonardo ha poi analizzato il dipinto di “San Girolamo penitente”, «l’unica opera dell’artista conservata a Roma, nella Pinacoteca Vaticana»: una delle sue tante opere incompiute, «perché Leonardo era incostante», ha sottolineato. L’immagine dell’eremita che si flagella, «tanto riprodotta nell’età rinascimentale – ha continuato Lonardo -, diviene nella rappresentazione di Leonardo espressione di una cesura tra una duplice possibilità di vita: mentre fino ad allora c’era sempre stata coincidenza tra credere e sapere, adesso in Girolamo, uomo di Dio e delle Lettere, non c’è più la certezza che fare cultura sia secondo Dio».

Anche Guido Cornini, responsabile del Dipartimento delle Arti dei Musei Vaticani, ha sottolineato questo aspetto, rintracciando in Leonardo «l’uomo di fede, che volle per sé un funerale assolutamente religioso e cristiano, ma anche aperto all’indagine scientifica, come dice bene l’omaggio di Raffaello che nell’opera “La scuola di Atene” dà a Platone il volto del da Vinci». Ancora, l’esperto ha analizzato alcuni disegni di Leonardo relativi «allo studio della placenta e del nutrimento del feto ad opera della madre»; disegni che hanno «alimentato, come quelli legati alla vivisezione dei cadaveri – per altro tecnica assolutamente autorizzata -, una “leggenda nera” su di lui mentre sono legati ai suoi studi sull’anima, dato che all’epoca si riteneva che venisse infusa al nascituro dalla madre».

Cornini ha aggiunto che «Leonardo è stato uno dei primi a vedere nel disegno un campo di indagine e di ricerca», animato com’era da uno spirito pragmatico «tipico di un’epoca in cui l’esperienza precedeva la riflessione filosofica», lui che «in una società in cui contavano i fatti, si era formato alla bottega del Verrocchio ed era un ingegnere, un idraulico e un botanico prima di essere un pittore». Tuttavia «fu al contempo anche uno studioso delle emozioni e di quella dimensione psicologica che si manifesta negli atti» e che bene ha espresso «non solo nel “Cenacolo” e nei volti e le movenze dei discepoli e di Cristo ma anche nella “Vergine delle rocce” o in “Sant’Anna, la Vergine e il Bambino con l’agnellino”, nei quali sa rendere percepibile l’impalpabile, mediante una prospettiva aerea costruita su rapporti di luci ed ombre».

11 novembre 2019