Gli “Esercizi” di Ignazio, viaggio da sperimentare

Padre Renato Colizzi, direttore del Centro ignaziano di spiritualità, spiega il senso del percorso articolato in quattro settimane. Alcuni punti dell’itinerario proposti dal cardinale vicario De Donatis alle parrocchie romane

Nelle parrocchie della diocesi di Roma è iniziato il cammino tracciato dal vicario Angelo De Donatis per il nuovo anno pastorale. Nella sua relazione al clero romano, il 17 settembre scorso, il cardinale ha proposto alle comunità un percorso articolato in tre passaggi. Fino a Natale, bisogna «fare memoria» del proprio passato per «scoprire chi è il Signore e chi siamo noi», facendosi guidare dall’itinerario proposto nel “Principio e fondamento” di Ignazio di Loyola. Da gennaio a Pasqua si entrerà nel vivo della riconciliazione con Dio e tra i componenti della stessa comunità. L’invito del vicario è che ogni parrocchia organizzi gli esercizi spirituali concentrandosi in particolare sulla “prima settimana” del cammino ignaziano. Da Pasqua a Pentecoste poi ci si dedicherà all’ascolto del «grido della città», soffermandosi sulle sofferenze familiari, dei poveri, degli stranieri e sulle varie situazioni di sfruttamento.

Tra gli strumenti che faranno da guida ci sono gli “Esercizi spirituali” di sant’Ignazio di Loyola. Elaborati tra il 1522 e il 1535, ottennero da Papa Paolo III l’imprimatur alla pubblicazione. Rappresentano il metodo di spiritualità proprio della Compagnia di Gesù. Padre Renato Colizzi, direttore del Centro ignaziano di spiritualità, spiega che il cammino ignaziano è un itinerario che il santo ha innanzitutto sperimentato in prima persona, decidendo di lasciare una traccia scritta di suo pugno ai confratelli, che viene trasmessa «di generazione in generazione». Tutti possono svolgere gli esercizi spirituali. I gesuiti infatti intraprendono questo cammino anche nelle scuole proponendo un itinerario adatto agli adolescenti. Unica raccomandazione è farsi aiutare da chi li ha già praticati. «È il rapporto che si instaura fra la guida e l’esercitante che fa la differenza», evidenzia padre Colizzi.

Il manoscritto di Ignazio di Loyola voleva essere «un promemoria per le guide», che aiutasse e accompagnasse i fedeli in una scelta nella quale la fede ha un ruolo predominante. Ma è «inutile leggerli», per il gesuita. Bisogna, invece, «sperimentarli». Sono stati scritti perché fossero un «itinerario sperimentale accompagnato». Un viaggio suddiviso in quattro settimane. La prima prevede la riconciliazione con il proprio passato e la guarigione delle ferite interiori. La seconda è dedicata alla sequela. «Una volta guarito – spiega padre Renato -, Gesù chiama per essere annunciatore, devo essere discepolo missionario, come scrive Papa Francesco nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium. In questa seconda tappa il fedele è chiamato a meditare i misteri della vita di Cristo che nasce, cresce e annuncia il Vangelo nel mondo». Durante la terza e quarta settimana si contemplano infine la passione, la risurrezione e l’ascensione di Gesù. «Qui vi è un cambio di prospettiva rispetto alla prima settimana – dice padre Colizzi -. Non si guarda più al proprio passato ma a Cristo che libera da esso con la sua passione e morte».

Ma perché rifarsi ancora oggi a un autore del Cinquecento? Padre Renato ritiene che gli esercizi hanno «una grande valenza» in questo periodo storico «per riconciliarsi con il proprio passato». In questo ambito rientra l’invito del cardinale De Donatis a fare memoria, la prima tappa al centro della prima settimana del cammino ignaziano. «Si inizia dalla propria memoria ferita da una serie di eventi subiti nella propria vita – prosegue il gesuita – o di episodi di cui si è diretti responsabili rimasti sedimentati e che di conseguenza influenzano la propria vita». Gli esercizi, che educano a una spiritualità «contemplativa nell’azione», traggono origine dall’esperienza personale del santo di Loyola, che fino all’età di 26 anni visse alla corte del ministro delle finanze del re Fernando Il Cattolico, Giovanni Velázquez de Cuéllar. La conversione avvenne durante un lungo periodo di convalescenza, tra il 1521 e il 1522 (aveva 31 anni), in seguito a una ferita subita in battaglia. Ignazio rielaborò la sua vita mettendola al servizio «non più del re terreno – spiega ancora il gesuita – ma del Re Eterno. Su questa metafora scrive l’itinerario, puntando a far comprendere al fedele che l’amore e il servizio permettono di vivere una perfetta vita di sequela».

In merito ai due punti indicati dal cardinale vicario nella sua relazione, nei quali invita a fare riferimento al cammino ignaziano, padre Colizzi spiega che lo scopo è quello di «cercare di instaurare nuovamente una forte relazione fra Creatore e creatura. È necessario un ritorno a una comunità consapevole di se stessa e del proprio cammino». Nella società odierna, rimarca ancora il direttore del Centro ignaziano di spiritualità, «c’è una grande battaglia fra l’io e Dio. La vita frenetica ci impedisce di avere uno sguardo contemplativo sul nostro quotidiano e sui doni che il Signore ci fa in ogni momento. Tutto diventa una catena di eventi e perdiamo la capacità di riconoscere che il Creatore ci sta facendo dei doni anche nel momento in cui siamo immersi nelle attività». Se da un lato è giusto avere numerosi impegni, conclude padre Colizzi, dall’altro se questi diventano «l’attitudine esclusiva della persona ogni cosa si trasforma in attivismo. Questo impedisce di riconoscere che ogni attività è essa stessa un dono di Dio».

12 novembre 2018