Gli immigrati ucraini e la “Sindrome Italia”

A raccontarla è monsignor Lachovicz, delegato “ad omnia” per l’Esarcato Apostolico, a conclusione del Sinodo della Chiesa greco cattolica ucraina

«Siamo fratelli. Abbiamo lo stesso Cristo, la stessa fede. Abbiamo una liturgia e una spiritualità diversa. Ma questo nostro patrimonio è parte di quel polmone dell’Oriente che, come diceva Giovanni Paolo II, insieme a quello dell’Occidente fa respirare la Chiesa in Europa. Non vogliamo essere un ghetto. Vogliamo lavorare insieme per evangelizzare questa terra, l’Italia». Si presenta così monsignor Dionisio Lachovicz, delegato “ad omnia” per l’Esarcato Apostolico per i fedeli ucraini di rito bizantino residenti in Italia, a  conclusione del Sinodo della Chiesa greco cattolica ucraina. L’Esarcato in Italia è stato appena eretto, a luglio, da Papa Francesco. Per questo motivo al Sinodo hanno preso la parola sia il cardinale vicario di Roma Angelo De Donatis sia il presidente della Cei  Gualtiero Bassetti. A oggi il numero di fedeli cattolici ucraini di rito bizantino presenti nel nostro Paese ha raggiunto le 70mila unità. L’Esarcato conta 148 comunità e 6 parrocchie personali, sparse in tutta l’Italia (comprese Sicilia e Sardegna), per un totale di 64 sacerdoti. Sono parte di quel piccolo popolo ucraino che si è stabilito e integrato in Italia: le cifre ufficiali parlano di 300mila persone ma il loro  numero può salire tranquillamente a 500mila se si considera che molti non hanno il permesso di soggiorno. Sono invece 20mila i bambini ucraini iscritti nelle scuole italiane.

La popolazione ucraina che vive nel nostro territorio è per lo più composta da donne. Ci sono comunità praticamente frequentate solo da donne. Nell’incontrare i vescovi ucraini, il cardinale Angelo De Donatis ha fatto riferimento alla loro presenza nelle famiglie italiane. «Si prendono cura delle necessità dei più deboli, di anziani e di bambini, o lavorano a sostegno della vita quotidiana dei nuclei familiari». Questa esperienza, ha aggiunto, ha reso «il popolo ucraino particolarmente vicino a quello italiano». Le donne ucraine «lavorano bene – conferma il vescovo Dionisio – e sono religiose. Tante di loro sono riuscite a riportare alla Chiesa gli anziani che hanno in cura. Con questo spirito, li preparano anche alla morte». Oggi però devono far fronte a un nuovo problema. Si chiama “Sindrome Italia”. È il vescovo Dionisio a spiegare di cosa si tratta. «Queste donne sono arrivate in Italia per lavorare all’età di 30-40-50 anni ma dopo 20 anni di immigrazione oggi si ritrovano anziane. Per venire qui hanno lasciato a casa il marito e i figli e tante famiglie si sono distrutte. Esaurito la loro esperienza lavorativa in Italia, rientrano a casa, ma sono rifiutate. Ho sentito con le mie orecchie dire: “Mia madre non c’è mai stata quando eravamo piccoli, non la vogliamo più con noi”. Tutto il denaro che hanno guadagnato, lo hanno inviato a casa. Con quei soldi hanno potuto mandare i figli a scuola, costruire una casa. Ma per loro oggi in Ucraina non c’è più posto».

All’inizio, aggiunge il vescovo, «ci siamo confrontati con il problema degli “orfani bianchi”, i bambini lasciati in patria. Ora abbiamo il problema delle donne, anziane, sole, senza lavoro che non sanno cosa fare e dove andare». Un grido di aiuto che l’esarcato in Italia insieme alla Cei cercheranno di accogliere, pensando a predisporre case dove accogliere le donne anziane e dar loro tutte le cure necessarie. «Per l’Italia – dice Dionisio – noi vogliamo essere un dono. Essere testimoni della universalità della Chiesa, vissuta ciascuno con le proprie identità ma in comunione fraterna». La presenza dei cattolici ucraini di rito bizantino porterà qui in Italia la “novità” dei sacerdoti sposati, che le Chiese greco-cattoliche contemplano. «La loro presenza è un dono», dice subito monsignor Lachovicz. «Lavorano benissimo. Spesso anche le loro mogli collaborano alla vita della comunità. Insieme aiutano a formare la comunità, la Chiesa domestica, la famiglia della Chiesa». Alla domanda se questi sacerdoti sposati possono essere un modello anche qui in Italia e quindi una risposta al calo del vocazioni, il vescovo risponde: «Oltre ad essere un dono, la presenza di questi sacerdoti sposati nella Chiesa è anche una domanda. All’inizio c’era una opposizione molto forte contro questa realtà. Adesso avvertiamo una certa apertura. Diciamo allora che i sacerdoti sposati in questo momento non sono la soluzione a un problema che è complesso ma rappresentano una domanda aperta per la Chiesa». (M. Chiara Biagioni)

10 settembre 2019