Gli «ospiti» di Castelnuovo, tra sport e integrazione

Fabiana Capasso, pedagogista al Centro richiedenti asilo visitato da Papa Francesco, racconta il suo lavoro di mediazione tra gli immigrati

Fabiana Capasso, pedagogista al Centro richiedenti asilo visitato da Papa Francesco, racconta il suo lavoro di mediazione tra gli immigrati 

Sono poco meno di 850 gli “ospiti” del centro di accoglienza per richiedenti asilo (C.a.r.a.) di Castelnuovo di Porto. La metà provengono dall’Africa sub-sahariana, 400 o poco più sono eritrei. Vengono chiamati “ospiti” e come tali dovrebbero essere di passaggio; il richiedente asilo dovrebbe restare nella struttura per un periodo variabile tra i 20 e i 35 giorni, ma la loro permanenza si protrae spesso per mesi. Dal 7 aprile del 2014, quello che è considerato a tutti gli effetti il Cara di Roma è gestito dalla cooperativa sociale Auxilium che assicura, con i suoi 114 operatori presenti, ogni tipo di assistenza; dal servizio infermieristico a quello socio psicologico, dall’accompagnamento nelle pratiche amministrative alla mediazione culturale e linguistica.

Fabiana Capasso fa parte della squadra degli operatori di Auxilium. È una pedagogista. La sua missione è quella di creare integrazione all’interno del Cara. Tra culture differenti, religioni, modi di vedere e vivere il mondo. Come detto, buona parte delle persone presenti al Cara provengono dall’Africa: Nigeria, Senegal, Gambia, Mali, Ghana ed Eritrea. Ma ci sono anche gli asiatici: siriani, pakistani, e bengalesi. Ognuno porta con sé il proprio vissuto, i dolori, le gioie e le speranze che si scontrano, quando non vengono inghiottite dal Mediterraneo, con il rancore di tanti italiani e la frustrazione dei compagni di sventura.

Conoscere, conoscersi e poi creare dialogo, tentare un’opera d’integrazione. Non è facile, ammette Fabiana, intervenuta a un convegno sull’immigrazione alla Lateranense. «Abbiamo provato a compiere azioni mirate, ci siamo impegnati a conoscere, formare e inserire», anche con strumenti creati ad hoc, come un questionario sottoposto agli ospiti, tramite il quale «veniamo a conoscenza del loro livello d’istruzione, delle competenze lavorative, delle loro speranze e dei sogni».

Tra queste chimere, inseguite disperatamente attraverso oceani di deserto e di acqua, il lavoro è la prima e più agognata. «Sono pronti a qualsiasi impiego, soprattutto che permetta loro di darsi subito da fare e di guadagnare». Su di loro, in molti casi, interi villaggi hanno “scommesso” pagando costosissime quanto pericolose traversate. Devono quindi essere pronti a restituire quell’investimento. «Dai questionari emerge una gran voglia di mettersi in gioco. Vogliono fare il giardiniere, l’autista, l’agricoltore, il commerciante». Alla sfera dei sogni, invece, relegano professioni come Deejay e calciatore.

E a proposito di sport, la quasi totalità (l’88% secondo le statistiche interne) ne pratica uno; il calcio per lo più. «Anche questo è un elemento per creare dialogo – aggiunge Capasso -. Abbiamo organizzato dei tornei, una speciale Coppa d’Africa tutta per loro». Poi ci sono i corsi d’italiano, la formazione professionale, i laboratori di teatro (alcuni di loro hanno recitato all’Argentina) e le manifestazioni interreligiose. La maggior parte degli ospiti del Cara sono musulmani, ma non hanno avuto problemi a partecipare alla celebrazione della Messa del giovedì santo con Papa Francesco.

Il pontefice è andato a trovarli e con loro, ognuno di loro, si è fermato per qualche istante al termine della funzione. «È stato un evento straordinario, vissuto con grande fermento ma anche con la più ampia collaborazione da parte di tutti. In tanti ci hanno confidato, nei giorni successivi, di apprezzare la grandezza del Papa, anche perché è riuscito a testimoniare ciò in cui crede parlando a tutti con il cuore in mano. Questa umanità ha colpito la fede di tutti».

 

6 maggio 2016