Il Cantico dei cantici: la bellezza dell’amore umano che apre all’infinito dell’amore di Dio

Ebrei e cattolici a confronto sul testo attribuito al Re Salomone. Il rabbino capo di Roma Di Segni: «Centralità della figura femminile». Il biblista Mazzinghi (Gregoriana): «Gioiello della Bibbia»

L’amore, quello umano tra maschio e femmina e quello di Dio per il suo popolo, è il tema centrale del Cantico dei cantici, il testo della Bibbia ebraica attribuito al Re Salomone e costituito da 8 capitoli contenenti poemi d’amore strutturati in forma dialogica tra uomo e donna, scelto per orientare quest’anno le riflessioni della XXXI Giornata per l’approfondimento e lo sviluppo del dialogo tra cattolici ed ebrei celebrata in tutta Italia ieri, 16 gennaio, alla vigilia della Settimana di preghiera per l’unità dei cristiani che si apre domani, 18 gennaio. Nella diocesi di Roma, in particolare, ha avuto luogo nel pomeriggio un incontro alla Pontificia Università Lateranense, nell’Aula Paolo VI, gremita: sul significato profondo delle espressioni d’amore di due giovani innamorati che manifestano con particolare intensità i loro sentimenti e le loro emozioni si sono confrontati in un dialogo a due voci Riccardo Di Segni, rabbino capo della Comunità ebraica di Roma, e don Luca Mazzinghi, docente di Antico Testamento alla Pontificia Università Gregoriana. A moderare i lavori, monsignor Giuseppe Pulcinelli, biblista e responsabile diocesano per i rapporti con l’ebraismo.

«Questo testo è uno dei cinque rotoli chiamati Meghillot su cui la Sinagoga riflette in occasione di particolari festività liturgiche, nel caso specifico la Pasqua ebraica – ha spiegato Di Segni – ed è uno tra quelli più complessi a livello di esegesi perché sfugge a una costruzione razionale». Certo è il nucleo centrale, «quello di una donna che ama un uomo, e questo è singolare e interessante per la centralità della figura femminile che nell’espressione dei suoi sentimenti a questo livello e su questo piano primario non compare in altri passaggi del testo sacro», ha continuato il rabbino capo della Comunità ebraica di Roma. «La complessità del testo implica necessariamente la lettura allegorica del contenuto – ha affermato – e quella prevalente identifica nel rapporto tra la donna e l’uomo il legame tra Dio e il suo popolo»; ma non si tratta dell’unica chiave di lettura «poiché vi è anche chi fornisce una interpretazione filosofica ossia dell’uomo che cerca la sapienza, compiendo un’esperienza puramente intellettuale o, ancora, chi collega il testo al rapporto individuale dell’uomo con il sacro e con Dio, un’esperienza quindi propriamente personale e talvolta tormentata e drammatica», ha concluso Di Segni.

Da parte sua Mazzinghi ha identificato «in questo gioiello della Bibbia, fatto solo di 1.250 parole, un testo polisemico che sfida i traduttori per la ricchezza e l’abbondanza di giochi di parole, assonanze e allitterazioni» laddove pare evidente che «il poeta canta attraverso i simboli l’amore umano senza mai cadere nella volgarità, non descrivendo fatti concreti ma stati d’animo». Ancora, il docente di Antico testamento, già presidente dell’Associazione biblica italiana, ha segnalato «un rapporto di continuità del testo con quello della creazione dell’uomo e della donna contenuto nel libro della Genesi»: nel Cantico dei cantici, cioè, «sarebbe presentata la condizione della coppia in un Eden ritrovato, che vive l’amore sponsale secondo il progetto divino». Infine, una sottolineatura sul tema della bellezza perché «amare l’altro componente di una coppia significa mostrare a lui o a lei tutta la sua bellezza, e il corpo si fa in tal senso strumento di rivelazione perché la bellezza dell’amato e dell’amata sono riflesso della bellezza della Creazione»; perciò «cantando la bellezza dell’amore umano, l’autore del Cantico apre agli orizzonti infiniti dell’amore di Dio».

Ad aprire i lavori era stato il vescovo ausiliare Paolo Selvadagi, delegato per l’Ecumenismo e il dialogo interreligioso, che nel suo saluto aveva sottolineato il valore di celebrare «i rapporti attivi e millenari tra ebrei e cristiani nella città di Roma, perché occasione stimolante per fare memoria viva di chi siamo e da dove veniamo, con un atteggiamento di ascolto disinteressato come quello proposto dalle indicazioni pastorali diocesane per quest’anno». Al termine dell’incontro invece monsignor Marco Gnavi, incaricato dell’Ufficio diocesano per l’ecumenismo, il dialogo interreligioso e i nuovi culti, ha evidenziato l’importanza delle «diverse chiavi ermeneutiche» proposte dai relatori perché, sempre, «ciò che non viene compreso si fugge e ci allontana, mentre in un tempo culturale e sociale caratterizzato dalla semplificazione, è un esercizio fondamentale quello di interrogarsi e ascoltarsi insieme». Suggestivi e coinvolgenti nella loro allegria gli interventi musicali del ProgettoDavka, il gruppo guidato da Maurizio Di Veroli impegnato nella rivalutazione del patrimonio musicale della Comunità ebraica di Roma, che ha eseguito alcuni brani tipici della festa del matrimonio ebraico.

17 gennaio 2020