Il capodanno insanguinato di Istanbul

39 morti e 70 feriti: quella al Reina Club, la notte del 31 dicembre, è la 4° strage per numero di vittime in Turchia. La rivendicazione Isis

39 morti e 70 feriti: quella al Reina Club, la notte del 31 dicembre, è la 4° strage, per numero di vittime, negli ultimi anni in Turchia. La rivendicazione dell’Isis

180 proiettili sparati in un locale affollato: il Reina Club, simbolo della mondanità sul Bosforo. È iniziato così il nuovo anno di Istanbul: un attentato arrivato poco dopo il brindisi di mezzanotte, all’1.15. Il bilancio: 39 morti e 70 feriti. Per il numero di vittime, è la quarta strage negli ultimi anni in Turchia. Nel locale c’erano tra le 700 e le 800 persone. L’attentatore, armato probabilmente di un kalashnikov, è arrivato a bordo di un taxi e ha fatto fuoco sulla folla. Sparava e urlava «Allah Akbar», hanno riferito molti dei sopravvissuti. Immagini che immediatamente hanno richiamato alla memoria quelle già viste al Bataclan di Parigi: immagini di strage e violenza. Un tentativo di «distruggere il morale» della Turchia, ha dichiarato il presidente Recep Tayyip Erdogan, e di «creare il caos colpendo in modo deliberato la pace e i civili». Una strage «odiosa», simile alle altre già compiute nel Paese, consumata sulla riva europea del Bosforo, storicamente incrocio di culture, in un quartiere, quello di Ortakoy, allo stesso tempo turco, greco, armeno ed ebraico.

Alla fine, è arrivata anche la rivendicazione da parte dell’Isis. «Per continuare le operazioni benedette che lo stato Islamico sta conducendo contro la protettrice della croce, la Turchia – si legge in una nota diffusa per la parima volta anche in lingua turca -, un soldato eroico del Califfato ha colpito uno dei più famori nightclub dove i cristiani celebravano la loro vacanza apostata». Un appello, quello contro il capodanno, che girava nel Paese da giorni e che aveva portato anche al rafforzamento delle misure di sicurezza nel locale colpito. Inutilmente, hanno dimostrato i fatti. L’attentatore, ancora in fuga, si è dimostrato, secondo gli esperti, «professionale, addestrato e a sangue freddo», dimostrando di aver fatto in precedenza sopralluoghi sul posto, dove si è mosso con estrema sicurezza. Tra i sopravvissuti anche cinque italiani. L’unità di Crisi della Farnesina è attiva e in contatto con il consolato italiano a Istanbul per le verifiche di rito.

«La tragedia di Instanbul ci ricorda che la lotta contro il terrore non conosce pause né feste o Paesi o continenti. Serve unità. Ad ogni costo». È il commento affidato a Twitter dal ministro degli Esteri Angelino Alfano. «Le lacrime – aggiunge – non bastano. Dobbiamo continuare a lottare contro il terrore. Combattere, insieme, per difendere la nostra Libertà». Come già accaduto a Parigi, Berlino e non solo, rimarca la presidente della Camera Laura Boldrini, «gli assassini si accaniscono contro i momenti di serenità e allegria delle persone comuni, esprimendo così il loro odio per la vita. Nel manifestare solidarietà al popolo turco – conclude -, vogliamo riaffermare che i terroristi non l’avranno vinta. Sapremo essere più forti della loro violenza».

Padre Claudio Monge, direttore del Centro domenicano di Istanbul per il dialogo interreligioso e culturale, riferisce all’Agenzia Dire di una Istanbul «superpresidiata» dove però «se non cambiano le scelte politiche gli attentati continueranno». Per il religioso, l’ultimo attentato conferma infatti «l’inefficacia di un approccio securitario che non tiene conto dei nodi politici all’origine dei conflitti e della violenza». E rafforza l’appello di Papa Francesco contro il commercio delle armi: «Un traffico di morte, al quale purtroppo contribuisce anche l’Italia, che va arrestato se davvero si vuole combattere il terrorismo».

2 gennaio 2017