Il destino del cinema secondo Kinsky
La fine della settima arte come esperienza comunitaria, trasfigurata nell’home video, al centro di “Di luce e polvere”. Tra sentimento di finitudine e resistenza interiore
Dobbiamo accettare la fine del cinema come esperienza comunitaria? Esther Kinsky (1956), una delle più interessanti scrittrici tedesche contemporanee, non sembra aver dubbi al riguardo: in Di luce e polvere, tradotto da Silvia Albesano per Iperborea (titolo originale Weiter Sehen, Vedere oltre), celebra idealmente le esequie della settima arte, trasfigurata nell’home video, raccontando, in prima persona, la storia di un vagabondaggio in Ungheria da parte di una donna, assorta e trasognata come molti dei suoi personaggi (pensiamo soprattutto a Sul fiume), la quale decide di acquistare un locale abbandonato in un villaggio disperso nella sterminata pianura magiara, ristrutturandolo nel tentativo di riproporre il vecchio incantesimo dei film che un tempo vi si proiettavano.
Senonché, come sin dall’inizio potevamo prevedere, la popolazione resta passiva e lei si ritrova da sola a fantasticare, insieme a pochi altri, i tempi trascorsi, quando, ad esempio, a Londra, le camminate per raggiungere in orario lo spettacolo cinematografico, oppure quelle necessarie a tornare indietro, assumevano un valore non inferiore al film scelto: «A ogni passo, a ogni angolo di strada si incappava in ricordi personali legati a precedenti tragitti di ritorno dal cinema, verso nord, a casa, e tutto quanto si intrecciava formando uno strato di vita a sé». Fino a sentenziare: «La distanza che dev’essere superata per arrivare al cinema è costitutiva di questa esperienza di momentanea sospensione delle leggi spazio-temporali».
Il fascino di tali riflessioni, spesso accostate a quelle del grande maestro Winfried Georg Max Sebald, scomparso a Norfolk nel 2001, s’accresce nella rievocazione della cocciuta opera di ripristino degli ambienti decaduti: «Esplorai i ripostigli e i locali di servizio dove si conservano vecchi sedili – esemplari della generazione in legno usati prima di quelli imbottiti color senape – , lampade, panciute bottiglie di vino vuote e foto incorniciate di stelle del cinema di cui non sapevo quasi nulla».
Il sentimento di finitudine inonda le pagine di Esther Kinsky e lei si lascia travolgere da una specie di dolce languore da cui ricava alimento, creando, per se stessa e per il lettore, una formidabile piazzola di resistenza interiore. È questa oggi, del resto, sembra volerci suggerire, non senza sconsolata malizia, la funzione essenziale della letteratura. Facile intuire come, dietro i film perduti, si nasconda la convinzione dell’impossibilità di qualsiasi ritorno: tutto ciò che ha segnato la nostra vita è destinato a scomparire. Così anche i capolavori passati, dal Viaggio a Tokio di Yasujir Ozu ai Giorni del cielo di Terrence Malick, nel loro inalterato splendore, altro non sono che insegne funebri: «Ecco quel che restava del cinema, posti vuoti, divelti, senza visuale. Senza un direzione in cui l’occhio potesse guardare, e ancor meno vedere più lontano».
2 ottobre 2025

