Il fascino della prosa di Appanah

Ne “La memoria fragile” il racconto della storia degli antenati dell’autrice, una delle più originali della letteratura francofona contemporanea. E le ragioni profonde dei movimenti collettivi

È stato Carl Gustav Jung a ricordarci in età moderna il significato numinoso che i popoli antichi attribuivano agli stormi degli uccelli, pronti ad affrontare, secondo una cadenza stagionale, la via della migrazione. La loro energia cinetica interroga la mente umana: chissà, forse l’istinto che spinge i volatili a superare l’ultimo orizzonte non è poi tanto distante dal nostro. Nathacha Appanah, nata nel 1973 a Mauritius, da tempo residente in Francia, in una sua recente opera, pubblicata da Einaudi, La memoria fragile (nell’originale: délavée), usa questo singolare spunto lirico-filosofico per raccontare, anche grazie all’ausilio di foto, mappe e disegni, la storia dei suoi antenati, venuti a cercar fortuna, alla metà del XIX secolo, nell’isola al largo del Madagascar: «Erano lavoratori indiani a contratto, coolie come venivano chiamati, e avevano lasciato il loro villaggio, Rangapalle, nel distretto di Visakhapatnam, nello Stato dell’Andhra Pradesh. Avevano affrontato una traversata di circa sette settimane a bordo della John Allan, una nave partita dal porto di Madras, oggi Chennai».

L’intendimento dell’autrice, una delle più originali della letteratura francofona contemporanea, teso a sviscerare le ragioni profonde dei movimenti collettivi che coinvolgono milioni di persone in tutto il pianeta, al di là delle singole vicissitudini, fa sì che l’impianto romanzesco non solo le risulti estraneo, ma costituisca un ostacolo: «Oggi ho l’impressione che il tempo si contragga, che certe cose mi chiamino e non possano accontentarsi della finzione». Lo stesso cruciale evento che segna la vita di suo nonno, espulso insieme alla famiglia dalla tenuta dove lavorava dopo che aveva reagito all’insulto di un uomo bianco, sebbene avesse provocato una serie di nefaste conseguenze che arrivano fino a lei, non viene svolto sul piano narrativo, ma resta un trauma rimosso, importante più che per sé, come simbolo di un destino d’esilio a cui pare quasi impossibile sottrarsi. Il padre della protagonista, figlio del reietto, non aveva elaborato la ferita inflitta al suo genitore, dimenticato e tradito da quanti, invece di proteggerlo, lo abbandonano, lasciando alla futura scrittrice il compito di farlo. Lei, che appartiene alla terza generazione, è chiamata a risolvere i problemi lasciati insoluti dalla prima. Non si tira indietro, né si nasconde dietro una trasfigurazione. Scioglie così il nodo autobiografico.

Tutti noi, sembra alludere Nathacha Appanah, siamo simili a palle da biliardo colpite da giocatori sconosciuti, pronte a schizzare da ogni parte senza sapere quale direzione prendere. C’è una bellezza e una grazia nei disegni che gli stormi compongono in cielo nella quale ognuno può riconoscere qualcosa di suo ed è il medesimo fascino scaturito da questa prosa poetica intensa, densa di echi e risonanze: una risposta stilistica ai mali del mondo.

22 luglio 2025